Il caso Almasri continua a innescare forti polemiche politiche in Italia, con il Partito Democratico (PD) che mette in discussione la versione dell’Esecutivo in merito alla gestione dell’ufficiale libico. Sotto accusa l’incongruenza delle date relative alla richiesta di estradizione da parte della Libia.
Secondo i documenti del Tribunale dei ministri, la richiesta d’estradizione firmata dal Procuratore nazionale di Tripoli sarebbe giunta al Ministero della Giustizia il 22 gennaio alle 10:39, ovvero dopo l’avvenuto rimpatrio di Almasri a Tripoli, che risale al giorno precedente. Questa discrasia smentirebbe la versione del Governo, che aveva giustificato la mancata consegna di Almasri alla Corte Penale Internazionale (CPI) affermando di essere a conoscenza da gennaio del mandato di cattura libico, ritenuto una delle “fondamentali ragioni” della decisione.
A peggiorare la posizione dell’Esecutivo, le note dei giudici sottolineano che il mandato di arresto della CPI prevale su qualsiasi richiesta concorrente di estradizione, anche dalla Libia. Di conseguenza, il Ministro della Giustizia Carlo Nordio “si è attribuito un potere che non gli competeva” cercando di giustificare il mancato tempestivo riscontro alla CPI con la necessità di valutare la richiesta libica.
La deputata PD Rachele Scarpa ha annunciato un’interrogazione parlamentare, attaccando le “disordinate dichiarazioni” del Governo. Duro anche l’intervento di Nicola Fratoianni (Avs): “Abbiamo scoperto ora che il governo Meloni sapeva dal 20 gennaio del mandato di arresto libico contro il torturatore Almasri. Perché allora è stato rimandato libero e con tutti gli onori a Tripoli e non consegnato… alle autorità giudiziarie di quel Paese?”.
Il Ministro degli Esteri Antonio Tajani ha garantito che “le opposizioni avranno tutte le risposte dai ministri competenti”. Dal canto suo, il premier libico Dbeibeh ha commentato la vicenda affermando che “Nessuno è sopra la legge”.
Il Governo, pur non nascondendo in ambienti riservati che la richiesta formale di estradizione libica possa essere giunta a procedura di rimpatrio avviata, sostiene che una nota verbale fosse stata comunque ricevuta precedentemente. La priorità, si apprende, era quella di evitare rischi per l’incolumità degli italiani in Libia. Si ammette come unico “vero errore” l’aver scelto Tripoli come destinazione anziché un altro scalo, come Tunisi, che avrebbe avuto minore enfasi mediatica.
Il Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha difeso l’operato, sostenendo che l’arresto di Almasri da parte delle autorità libiche “conferma che non facemmo male a riconsegnarlo alle autorità di quel Paese che, nella circostanza, sta manifestando una maturità maggiore di tanti soloni”.
In giornata, si è tenuto un incontro tra il Ministro della Giustizia Carlo Nordio e il Sottosegretario Alfredo Mantovano a Palazzo Chigi, ufficialmente incentrato sulla manovra e il piano carceri, ma dove è “ipotizzabile” si sia discusso anche della vicenda libica.
Nonostante le polemiche, in ambienti di Governo trapela la fiducia che Tripoli consegni Almasri ai giudici dell’Aja, un esito che l’Esecutivo ritiene possa portare a una risoluzione del procedimento aperto contro Roma.