La prima Corte d’Assise di Roma ha emesso la sentenza di primo grado per la morte di Giulio Regeni, il ricercatore friulano sequestrato, torturato e ucciso al Cairo nel 2016. I giudici hanno condannato a 10 anni di reclusione tre agenti della National Security egiziana — il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed — per il reato di sequestro di persona aggravato.
È stato invece assolto il generale Tariq Sabir. Caduta l’accusa di omicidio nei confronti del maggiore Sharif (per il quale la Procura aveva richiesto l’ergastolo), poiché i giudici hanno ritenuto non sufficientemente provata oltre ogni ragionevole dubbio la responsabilità diretta del singolo imputato nella fase materiale dell’uccisione, complice il lungo muro di omertà e la mancata cooperazione delle autorità del Cairo. Disposta una provvisionale esecutiva di 200mila euro ciascuno per i genitori, 100mila euro per la sorella Irene e 150mila euro per la Presidenza del Consiglio.
La Procura: “Sentenza storica, la responsabilità è degli apparati egiziani”
In attesa del deposito delle motivazioni (previsto entro 90 giorni) per valutare l’eventuale ricorso in appello, i magistrati romani hanno espresso soddisfazione per il riconoscimento dell’impianto accusatorio:
- Il procuratore Francesco Lo Voi: “La parte sostanziale dell’impianto ha retto. È stato riconosciuto che l’attività è stata posta in essere da persone legate allo Stato egiziano, nonostante una collaborazione non proficua delle autorità locali.”
- Il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco: “È una sentenza storica. Condannando i tre imputati per il sequestro, la Corte ha affermato che quanto accaduto è attribuibile agli apparati di sicurezza egiziani. La risposta dello Stato di diritto smentisce chi pensava che la ragion di Stato potesse diventare ragione d’impunità.”
La famiglia Regeni, per bocca dell’avvocata Alessandra Ballerini, ha espresso sollievo per la tenuta del processo, mentre i genitori Paola e Claudio hanno reiterato la richiesta di un blocco formale dei rapporti diplomatici con l’Egitto.
Scontro politico: Tajani minimizza (“Condannati tre individui, non l’Egitto”), duro attacco delle opposizioni
Le dichiarazioni a caldo del vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani hanno innescato un’aspra polemica politica:
“C’è la separazione dei poteri, la sentenza è di primo grado. È stata emessa una condanna: non è stato condannato l’Egitto, sono state condannate tre persone. La giustizia farà il suo corso.”
Le parole del titolare della Farnesina hanno provocato la reazione unanime dei gruppi di opposizione:
- Partito Democratico: La segretaria Elly Schlein ha definito il verdetto “una sentenza storica che fa scuola: nessuno potrà più negare le responsabilità del regime di Al-Sisi”. Il capogruppo al Senato Francesco Boccia e la responsabile Giustizia Debora Serracchiani hanno chiesto che Tajani riferisca con urgenza in Parlamento, accusandolo di “fare negazionismo e assolvere di fatto il regime egiziano per tutelare gli affari economici”.
- Alleanza Verdi e Sinistra & Più Europa: Nicola Fratoianni (AVS) e Riccardo Magi (+Europa) hanno parlato di posizioni “indecenti e che fanno rabbrividire”, chiedendo l’immediata sospensione dei patti bilaterali con il Cairo e l’avvio di un’azione diplomatica per ottenere l’estradizione dei tre condannati.