L’approvazione alla Camera del disegno di legge delega sul nucleare sostenibile segna l’inizio di un “terzo tempo” per l’atomo in Italia. Il rapporto del Paese con l’energia nucleare è una storia lunga ottant’anni, fatta di primati globali pioneristici, brusche frenate emotive legate a disastri internazionali e una complessa eredità di scorie ancora da collocare.
1946-1981: Il boom e il terzo posto nel mondo
L’avventura atomica italiana inizia subito dopo la Seconda Guerra Mondiale per rispondere al massiccio fabbisogno energetico della ricostruzione industriale:
- 1946: Un consorzio di grandi aziende private (tra cui Montedison, Fiat, Pirelli, Falck ed Edison) fonda il CISE (Centro Informazioni Studi ed Esperienze) presso il Politecnico di Milano, il primo nucleo di ricerca applicata.
- Gli anni ’60 (Il primato): L’Italia vive la sua stagione d’oro. Vengono costruite e attivate in tempi record tre centrali: Latina (Agip Nucleare), Garigliano nel casertano (finanziata addirittura con un prestito della Banca Mondiale) e Trino Vercellese (Edison). Grazie a questi impianti, l’Italia si piazza al terzo posto nel mondo per produzione di energia elettrica dall’atomo, garantendosi una forte autonomia energetica.
- 1981: Entra in funzione la quarta e più moderna centrale italiana, quella di Caorso (Piacenza).
1986-1990: Lo shock di Chernobyl e il primo stop
Il 26 aprile 1986 il disastro della centrale sovietica di Chernobyl terrorizza l’Europa. In Italia l’ondata emotiva è travolgente e spinge il movimento ambientalista a chiedere il blocco della produzione.
- Il Referendum del 1987: A solo un anno dalla catastrofe, l’Italia va al voto. Tecnicamente i tre quesiti approvati non vietano le centrali, ma ne scardinano la gestione politica e strategica: abrogano i compensi finanziari ai Comuni ospitanti, tolgono al Cipe il potere di imporre i siti in caso di inerzia locale e vietano all’Enel di partecipare a consorzi internazionali all’estero. I “Sì” stravincono con picchi tra il 72% e l’81% (affluenza al 65,1%).
- 1988-1990: Pur non essendo esplicitamente richiesto dai quesiti, i governi dell’epoca decidono per motivi politici lo spegnimento definitivo di tutti i reattori ancora attivi nel Paese.
2009-2011: Il tentativo di Berlusconi e il “Fattore Fukushima”
Dopo quasi vent’anni di stop, nel 2009 il governo guidato da Silvio Berlusconi tenta il primo storico rilancio del nucleare civile per frenare i costi delle bollette, avviando l’iter normativo per la costruzione di nuove centrali.
La storia, tuttavia, si ripete: l’11 marzo 2011 un violentissimo maremoto colpisce il Giappone provocando il disastro della centrale di Fukushima. Tre mesi dopo, a giugno, gli italiani vengono chiamati alle urne per un nuovo referendum abrogativo. Il no all’atomo è plebiscitario (94,05% di Sì), cancellando definitivamente il piano del governo e blindando lo stop per i successivi quindici anni.
L’eredità sospesa: i costi di Sogin e il nodo del Deposito Nazionale
L’eredità del passato: Nel 1999 lo Stato crea Sogin, la società pubblica incaricata del decommissioning (lo smantellamento) delle vecchie centrali e della messa in sicurezza delle scorie. Un’operazione mastodontica e complessa, finanziata direttamente con i prelievi sulle bollette elettriche degli italiani, tuttora in corso a distanza di 26 anni dallo spegnimento dei reattori.
Oggi l’Italia ospita decine di depositi temporanei sparsi sul territorio, ma è in perenne attesa di ottemperare alle direttive UE che impongono la creazione di un Deposito Nazionale unico e definitivo.
Si tratta di una struttura progettata all’interno di un parco tecnologico per custodire in sicurezza circa 98.000 metri cubi di rifiuti radioattivi (di cui 84.000 a bassa e bassissima intensità provenienti non solo dalle vecchie centrali ma anche dalle attività quotidiane della sanità e dell’industria).
Il tentativo principale di imporre un sito avvenne nel 2003 a Scanzano Jonico (Basilicata), ma le durissime rivolte popolari costrinsero il governo a una frettolosa retromarcia. Da allora l’iter per la mappa dei siti idonei è rimasto bloccato dal fenomeno del Nimby (“Non nel mio cortile”), un nodo che il nuovo Ddl delega del 2026 punta a sciogliere definitivamente introducendo il principio delle autocandidature volontarie e incentivi economici per i Comuni.