L’inedito e violentissimo affondo telefonico contro Giorgia Meloni è solo l’ultimo capitolo di una strategia comunicativa consolidata. Da oltre un decennio, Donald Trump utilizza la demolizione verbale, il soprannome sprezzante e l’attacco personale non come semplici incidenti diplomatici, ma come precisi strumenti di pressione geopolitica.
A farne le spese al tavolo dei leader mondiali – in particolare durante e dopo i vertici del G7 – sono stati quasi tutti i partner tradizionali dell’Occidente, inclusi i leader spirituali.
La rottura con Roma: Sigonella e la difesa del Papa
La crisi formale esplosa per le dichiarazioni sulla “foto implorata” affonda le sue radici in mesi di crescenti attriti geopolitici tra l’amministrazione statunitense e Palazzo Chigi.
La frattura si era già palesata lo scorso 14 aprile, quando Trump aveva definito Meloni «inaccettabile» per aver preso pubblicamente le difese di Papa Leone XIV, a sua volta bollato dal tycoon come «debole sul crimine e terribile in politica estera» a causa delle posizioni della Chiesa sulle rotte migratorie e sui conflitti globali (uno scontro che ricalca quello del 2016 con Papa Francesco sui muri con il Messico, definito da Trump «vergognoso»).
A surriscaldare il clima ha contribuito in modo determinante il rifiuto del governo italiano di concedere l’uso della base aerea di Sigonella per le incursioni d’attacco americane contro l’Iran, provocando l’ira pubblica del Presidente: «Sono scioccato da lei. Pensavo che avesse coraggio, mi sbagliavo».
La mappa delle invettive: tutti i leader nel mirino
L’Adnkronos ha ricostruito la lunga scia di attacchi diretti sferrati dal capo della Casa Bianca contro i partner del blocco euro-atlantico, evidenziando una sistematica demolizione del linguaggio istituzionale:
| Leader bersagliato | Paese / Ruolo | L’insulto o l’attacco di Trump | Il casus belli geopolitico |
| Volodymyr Zelensky | Ucraina | «Un dittatore senza elezioni che gioca con la Terza guerra mondiale. Non hai carte in mano.» | Lo scontro nello Studio Ovale del 28 febbraio 2025 per la presunta mancanza di gratitudine sugli aiuti militari. |
| Keir Starmer | Regno Unito | «Non siamo mica di fronte a Winston Churchill. Ci hanno messo 4 giorni per capire dove atterrare.» | Il rifiuto iniziale di Londra a concedere l’uso immediato delle basi RAF per i raid anti-Iran del 3 marzo. |
| Friedrich Merz | Germania | «Non sa assolutamente quello che dice.» | Le critiche espresse dal Cancelliere tedesco alla strategia militare unilaterale degli Stati Uniti in Medio Oriente. |
| Emmanuel Macron | Francia | «Volutamente o meno, Emmanuel sbaglia sempre.» | Le ironie sulla vita privata, le critiche alla NATO e le divergenze sul cessate il fuoco franco-tedesco. |
| Mark Carney | Canada | «Un semplice governatore.» | Una provocazione mirata a declassare implicitamente il Canada a rango di 51° Stato degli USA. |
| Justin Trudeau | Canada | «Disonesto e debole.» | Lo scontro frontale sulle tariffe doganali e sui dazi commerciali protettivi al vertice G7 del 2018. |
La svolta pragmatica con Zelensky
Il caso più emblematico di questa altalena verbale rimane la gestione del dossier ucraino. Nel febbraio 2025, i rapporti tra la Casa Bianca e Kiev avevano toccato il punto più basso della storia: dopo l’accusa di essere un “dittatore”, Trump e il vice Jd Vance avevano bruscamente interrotto una visita ufficiale di Zelensky a Washington, annullando la conferenza stampa congiunta davanti ai media mondiali.
Oggi, paradossalmente, l’Ucraina vive una fase di “luna di miele” diplomatica con Washington proprio mentre l’Europa unita viene colpita dai dazi e dagli attacchi verbali legati alle spese di difesa e alle politiche energetiche (come l’affondo di Trump sulle “pale eoliche fallimentari”). Una strategia che i sostenitori di Trump definiscono “comunicazione senza filtri”, ma che per le diplomazie europee rappresenta una minaccia costante alla tenuta delle storiche alleanze occidentali.