L’annuncio dei dazi del 30% da parte di Donald Trump, effettivi dal 1° agosto, ha scatenato un’ondata di forte preoccupazione e allarme nel mondo imprenditoriale italiano. Le associazioni di categoria esprimono timori per un “colpo mortale” che potrebbe avere ripercussioni devastanti sull’economia nazionale, in particolare sul prezioso Made in Italy.
La Cgia calcola una potenziale “stangata” di ben 35 miliardi di euro all’anno per il Made in Italy. Un dato che getta un’ombra pesante sulle prospettive di crescita e occupazione. L’export italiano negli Stati Uniti, che nel complesso vale 66,6 miliardi di euro, vede le piccole imprese come protagoniste di quasi 18 miliardi di euro (17,87 miliardi).
Le regioni più esposte, in termini di export delle PMI verso gli USA, sono la Lombardia (4,4 miliardi di euro), seguita da Veneto, Toscana ed Emilia-Romagna. Tra le province, spiccano Firenze (1,54 miliardi), Vicenza, Belluno e Arezzo.
L’allarme è particolarmente alto nel settore agroalimentare, fiore all’occhiello dell’export italiano. Per il Consorzio Tutela Grana Padano, l’iniziativa di Trump è “una vera dichiarazione di guerra economica”, con previsioni di prezzi che potrebbero superare i 50 euro al chilo negli Stati Uniti. Coldiretti sottolinea come i nuovi dazi si sommeranno a quelli già esistenti, portando le tariffe aggiuntive a livelli insostenibili per diverse filiere: si parla del 45% per i formaggi, del 35% per i vini, del 42% per il pomodoro trasformato, del 36% per la pasta farcita e del 42% per marmellate e confetture omogeneizzate. Confagricoltura definisce i dazi “assolutamente inaccettabili” e una “condanna” non solo per il settore, ma per l’economia di interi Paesi.
Anche gli imprenditori del mobile sono “preoccupati e allarmati”. FerlegnoArredo lancia un appello all’Europa e al Governo italiano, avvertendo che “non difendere le nostre imprese adesso potrebbe avere come conseguenza la desertificazione industriale del Vecchio Continente”.
Di fronte a questo scenario critico, le associazioni imprenditoriali invocano cautela e azioni concrete. Emanuele Orsini, presidente di Confindustria, esorta a “mantenere tutti la calma e avere i nervi saldi. Non possiamo compromettere i nostri mercati finanziari”, pur definendo la lettera di Trump “una sgradevole volontà di trattare”.
Confindustria Veneto chiede “misure concrete per sostenere la competitività delle nostre imprese: investimenti e accesso al credito, alleggerimento burocratico e fiscale oltre alla definizione della politica energetica”. Similmente, Marco Gay, presidente degli industriali torinesi, invoca “nervi saldi e unità” per “non compromettere mercati e rapporti consolidati”.
Anche Marco Granelli, presidente di Confartigianato, sollecita il Governo a implementare “misure concrete per sostenere la competitività internazionale delle nostre imprese: strumenti per la diversificazione dei mercati, incentivi all’innovazione e investimenti infrastrutturali ed energetici che rafforzino la resilienza del nostro sistema produttivo”.
Da parte di Confcommercio, l’imperativo è chiaro: “negoziare, negoziare, negoziare”. Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative, pur riconoscendo in Trump un “disseminatore di tempesta e di discordia”, critica l’Europa per la sua “solita inefficacia”.
In un momento così delicato, la resilienza e la capacità di reazione del sistema produttivo italiano saranno messe a dura prova. Come si svilupperà la trattativa tra l’UE e gli Stati Uniti?