Negoziati serrati a Bruxelles prima della scadenza dell’1 agosto. L’Italia, con Meloni e Giorgetti, insiste per una soluzione “vantaggiosa per tutti” e con una soglia massima del 10% sui dazi, mentre Pechino denuncia interferenze di mercato.
La trattativa sui dazi tra Stati Uniti e Unione Europea entra nel vivo con negoziati a oltranza, mentre il presidente americano Donald Trump si mostra ora più aperto a una possibile intesa. La scadenza dell’1 agosto incombe, e l’Europa cerca un compromesso per scongiurare una guerra commerciale che potrebbe avere ripercussioni economiche globali.
La premier italiana Giorgia Meloni è in prima linea per un “accordo che sia vantaggioso per tutti”, definendo ogni altro scenario “insensato”. Meloni è convinta che ci siano i margini per far ritirare a Trump la minaccia di dazi al 30%, lavorando “assieme agli altri leader” e in “costante contatto con la Commissione UE”. Una soglia del 10% è considerata “sostenibile”, come ribadito dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti: “Non si può andare molto lontano da questo numero, altrimenti diventa insostenibile”.
Giorgetti ha paragonato questa partita a uno dei “lanci con il paracadute” che la premier vive quotidianamente alla guida del governo, con “decisioni delicate, su temi molte volte inesplorati, da prendere in fretta e su cui non sono ammessi errori”.
Sebbene sia la Commissione UE a guidare i negoziati, Roma sta giocando un ruolo non secondario. Meloni è consapevole che un “lancio fallimentare” costerebbe alle imprese italiane miliardi di euro, con inevitabili ricadute occupazionali. L’Italia ha intensificato il lavoro di analisi di intelligence e diplomazia, con Meloni che si è proposta come “pontiere”, facilitando un incontro a maggio a Roma tra Ursula von der Leyen e il vicepresidente USA J.D. Vance.
Il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, durante la sua missione a Washington, ha discusso la questione anche con Marco Rubio, ricevendo “rassicurazioni sulla parte politica” del dossier, pur riconoscendo che il segretario di Stato non è il titolare della questione. Meloni è in contatto continuo con Washington, Bruxelles e gli altri leader europei. Ricevendo a Palazzo Chigi il nuovo cancelliere austriaco Christian Stocker, ha ribadito l’urgenza di un accordo entro il primo agosto per “rafforzare l’Occidente nel suo complesso” e scongiurare “in ogni modo una guerra commerciale tra le due sponde dell’Atlantico”.
Il governo italiano sta valutando un accordo di principio immediato, seguito da trattative specifiche sui singoli settori. Lo scenario ideale sarebbe un riequilibrio della bilancia commerciale, dove l’UE ha un surplus sui beni e gli USA sui servizi. L’accelerazione è cruciale, poiché anche la sola incertezza danneggia l’economia. Giorgetti ha sottolineato l’importanza di un “ragionevole compromesso”, insistendo sulla necessità di “negoziare senza stancarsi, senza cedere di nemmeno un centimetro”. La linea di Palazzo Chigi è quella di evitare di “polarizzare” il dialogo in questa fase negoziale.
Intanto, a Washington, Trump starebbe considerando il segretario al Tesoro americano Bessent come possibile successore di Jerome Powell alla presidenza della Federal Reserve, un cambiamento che potrebbe influenzare le future politiche monetarie. Tajani, nel frattempo, ha chiesto alla Banca Centrale Europea di ridurre il costo del denaro.
Sul fronte internazionale, Pechino ha denunciato che alcuni paesi stanno usando i dazi per interferire sui mercati.
In Italia, non mancano le critiche interne. Matteo Salvini, pur salutando positivamente il cambio di postura di Trump nei confronti di Putin sulla crisi ucraina, si mostra scettico sulle capacità negoziali di Bruxelles. “Rido o tremo all’idea che qualcuno si sieda al tavolo con Trump parlando di bazooka perché la trattativa finisce male”, ha dichiarato il leader della Lega, criticando le passate gestioni di Ursula von der Leyen.
Le opposizioni, tra cui Avs, Pd, M5s, Iv, Azione e Più Europa, hanno chiesto un’informativa urgente in Parlamento, accusando Meloni di “nascondersi e scappare”. Il ministro dei Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, ha replicato: “Il governo non ha intende scappare: lavora, lavora in silenzio, riferirà a tempo debito”, sottolineando la necessità di rispettare la delicatezza delle trattative in corso.