Salta la tregua nell’area. Missili di Teheran contro le basi americane e tre petroliere colpite a Hormuz. Washington e Riad rispondono con un raid aereo a Baghdad. Trump promette una linea durissima, mentre il greggio vola oltre i 90 dollari.
Si infrange al terzo giorno la fragile tregua in Medio Oriente. Con una mossa improvvisa che cancella i recenti segnali di distensione, l’Iran ha sferrato un attacco missilistico contro basi militari statunitensi in Giordania e ha colpito tre petroliere nello Stretto di Hormuz. Immediata e senza precedenti la risposta degli Stati Uniti che, per la prima volta in azione congiunta con l’Arabia Saudita, hanno condotto raid aerei in Iraq contro le milizie filo-iraniane.
Il presidente Donald Trump ha promesso una rappresaglia durissima contro Teheran, mentre la regione precipita in una nuova e pericolosa fase del conflitto.
Missili in Giordania e tensioni nelle rotte del greggio
L’attacco iraniano si è articolato su più fronti. I Pasdaran hanno rivendicato il lancio di missili balistici diretti verso le installazioni americane in Giordania: le forze armate di Amman hanno confermato di aver intercettato e abbattuto cinque vettori, evitando danni significativi. Contestualmente, tre petroliere che transitavano lungo lo Stretto di Hormuz su rotte definite “non autorizzate” sono state colpite.
A complicare il quadro si aggiunge un attacco condotto da un drone di origine sconosciuta contro un impianto off-shore di proprietà statunitense (la Energos Winter) nel terminal di gas naturale liquefatto di Damietta, in Egitto. L’incendio sviluppatosi a bordo si è poi propagato a una seconda nave, la Gaslog Salem, senza causare feriti.
L’asse Washington-Riad colpisce in Iraq
La reazione degli Alleati non si è fatta attendere. Gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita hanno sferrato un’operazione aerea coordinata nel territorio iracheno contro i gruppi armati legati a Teheran, ritenuti responsabili anche delle precedenti incursioni con droni contro i siti petroliferi sauditi. Il bilancio del raid è di 20 militanti sciiti uccisi — tra cui cinque consiglieri militari iraniani — e 32 feriti.
La partecipazione diretta di Riad segna una svolta: dopo mesi passati a tentare di rimanere ai margini del scontro, il regno saudita si trova ora esposto alle minacce di rappresaglia delle milizie sciite su tre differenti fronti (Iran, Iraq e Yemen).
Nel mezzo resta il governo di Baghdad, che ha convocato una riunione d’emergenza denunciando i raid come una “flagrante violazione della sovranità nazionale”, pur sollecitando lo stop agli attacchi delle milizie verso i Paesi vicini. Trump ha tuttavia affermato che l’azione militare era stata concordata con le autorità irachene.
Diplomazia in stallo e mercati finanziari in febbre
Sul piano diplomatico, Teheran ha bocciato come “irragionevole” la mediazione promossa dall’Oman e sostenuta dagli altri Paesi del Golfo, che ipotizzava una gestione condivisa dello Stretto di Hormuz con tariffe volontarie. Parallelamente, si registra una crescente spinta delle potenze alleate della Repubblica Islamica: Mosca e Pechino proseguono nell’appoggio al regime, con la Cina pronta a consegnare entro poche settimane un primo lotto di 400 lanciamissili antiaerei portatili per rafforzare le difese iraniane.
Le ripercussioni dell’escalation si sono lette immediatamente sui mercati energetici: il prezzo del petrolio è schizzato in alto di oltre il 7%, con il Brent che ha sfondato la quota dei 90 dollari al barile, annullando i ribassi dei giorni scorsi.0.