La crisi geopolitica nel Medio Oriente ha raggiunto il punto di non ritorno. Nella notte si è consumata l’ottava ondata consecutiva di bombardamenti pesanti da parte degli Stati Uniti contro il territorio e le infrastrutture strategiche dell’Iran.
La reazione di Teheran è stata perentoria: il governo iraniano ha dichiarato definitivamente nullo e decaduto il Memorandum d’intesa che era stato faticosamente siglato a Islamabad nel tentativo di congelare le ostilità. Una rottura diplomatica liquidata con totale disprezzo dal presidente americano Donald Trump, che ha commentato gelido: «Non me ne importa nulla». Sul campo, la Repubblica Islamica ha già fatto scattare la rappresaglia, bombardando con i droni le basi militari statunitensi in Kuwait.
1. Il bollettino del Centcom: notte di fuoco sui sistemi missilistici
La nota ufficiale del Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) descrive un attacco massiccio e chirurgico volto a smantellare le capacità di blocco marittimo dell’Iran nello Stretto di Hormuz.
GLI OBIETTIVI IRANIANI COLPITI DAL CENTCOM (8ª NOTTE DI RAID)
├── DIFESA COSTIERA: Strutture di sorveglianza radar e monitoraggio marittimo.
├── SCUDO AEREO: Batterie di difesa aerea e sistemi di intercettazione.
├── FORZE NAVALI: Mezzi veloci e pattugliatori dei Pasdaran.
└── LOGISTICA AEREA: Siti di stoccaggio e rampe di lancio di droni e missili balistici.
Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha condannato fermamente i bombardamenti, accusando Washington di utilizzare “tattiche terroristiche” e di accanirsi deliberatamente contro obiettivi civili.
Teheran ha denunciato in particolare il ferimento e la distruzione dell’istituto scolastico di Minab, il bombardamento della torre di controllo marittimo civile a Chabahar e l’attacco agli impianti di desalinizzazione dell’acqua a Jask, che ha lasciato oltre 10.000 persone senza acqua potabile. “Per uno Stato che si definiva paladino del diritto, mostrare con orgoglio ponti e infrastrutture civili distrutte è l’unica finta vittoria rimasta”, ha tuonato Baghaei.
2. La rappresaglia dei droni in Kuwait e il giuramento al nuovo Ayatollah
La risposta militare di Teheran non si è fatta attendere. Il comando centrale delle forze armate iraniane ha rivendicato quella che ha definito la “sedicesima fase di rappresaglia”, colpendo direttamente le installazioni statunitensi dislocate nei paesi confinanti.
- Camp al-Adiri (Kuwait): Uno sciame di droni d’attacco iraniani ha colpito i depositi di munizioni all’interno della base USA.
- Base aerea di Ali al-Salem (Kuwait): I droni hanno preso di mira i rifugi del personale logistico e le rimesse delle attrezzature di volo americane.
Il maggiore generale Ali Abdollahi, comandante del comando centrale di Khatam al-Anbiya, ha garantito che le forze armate risponderanno a ogni “bullismo” americano con costi superiori a qualsiasi conflitto del passato. Abdollahi ha inoltre confermato la totale compattezza dei ranghi militari attorno alla nuova guida spirituale e politica del Paese, l’Ayatollah Seyyed Mojtaba Khamenei (succeduto ufficialmente a marzo dopo la scomparsa del padre), promettendo di impartire a Washington “lezioni indimenticabili”.
3. Il Sindaco di New York spiazza la Casa Bianca: “Pronto ad arrestare Netanyahu”
Mentre Washington stringe i denti sul fronte mediorientale, una clamorosa grana interna scuote l’amministrazione americana da New York. Il neo-eletto sindaco della Grande Mela, il democratico socialista Zohran Mamdani, è intervenuto a gamba tesa in vista dell’imminente arrivo negli Stati Uniti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu (atteso alla Casa Bianca per un vertice con Trump).
L’annuncio shock di Zohran Mamdani
- Ordine d’arresto a Manhattan: «Se Benjamin Netanyahu mette piede a New York, sono pronto a farlo arrestare dalle autorità cittadine. È un criminale di guerra e il suo posto è all’Aja, davanti al Tribunale penale internazionale».
- La crisi diplomatica: Le parole del primo cittadino di New York creano un precedente istituzionale senza eguali, spaccando la linea di accoglienza federale e minacciando di trasformare la visita del premier israeliano in un caso di ordine pubblico planetario proprio nel cuore degli Stati Uniti.
I mercati dell’energia guardano terrorizzati all’evoluzione delle prossime ore: con lo Stretto di Hormuz totalmente militarizzato e l’accordo di Islamabad ridotto in cenere, il rischio di un blocco totale delle forniture di greggio non è mai stato così reale.