Ursula von der Leyen incassa la fiducia dell’Eurocamera, ma la sua leadership appare ora più fragile. Sebbene la mozione di censura presentata dall’estrema destra sia stata respinta con 360 voti contrari, 175 favorevoli e 18 astenuti, la presidente della Commissione Europea vede assottigliarsi il consenso che l’aveva sostenuta lo scorso luglio. La maggioranza che la supporta è passata da 401 a 370 unità a novembre, e i numeri di questa Plenaria confermano una crescente turbolenza.
La premier italiana Giorgia Meloni, a sorpresa, ha scelto di non partecipare al voto, non certificando di fatto l’ingresso di Fratelli d’Italia nel fronte pro-Commissione. Un segnale chiaro di un quadro politico europeo in evoluzione, dove le alleanze sembrano sempre più fluide e le maggioranze si costruiscono dossier per dossier.

Quello che è andato in scena a Bruxelles non è stato un semplice voto di censura, ma un vero e proprio test di solidità per la Commissione. Il PPE ha sostenuto compatto la sua presidente, ma anche al suo interno affiorano i primi malumori. I Socialisti, dopo trattative con Palazzo Berlaymont, hanno ottenuto il mantenimento del Fondo Sociale nel prossimo bilancio pluriennale, garantendo il loro voto. I Verdi, pur tra ripensamenti sul Green Deal, hanno scelto di non unirsi all’estrema destra, e i Liberali sono rimasti fedeli all’esecutivo. Tuttavia, per questi ultimi tre gruppi, si tratta di una “fiducia a tempo”. La Plenaria di settembre, con il discorso sullo Stato dell’Unione, e la discussione sul bilancio pluriennale, saranno i veri banchi di prova per la presidente tedesca.
Il fronte degli “anti-Ursula” si è manifestato più nelle assenze che nei voti diretti. Su 719 europarlamentari, solo 553 hanno votato la mozione di censura. Il dato degli 83 assenti, che hanno scelto di non esprimersi sulla sfiducia, rivela un malcontento trasversale. Tra i “grandi assenti” si contano 34 deputati S&D (di cui tre del PD), 19 Verdi (compresa l’intera delegazione italiana), 12 di Renew e 19 del PPE. La delegazione di Avs in Europa ha ammonito: “La fiducia in von der Leyen cala, ne prenda atto e cambi su clima, armi e sociale”. Anche chi ha votato a favore ha voluto prendere le distanze: “Questo non era un voto su di lei, ma sull’Europa, e noi abbiamo risposto sì”, ha precisato Fulvio Martusciello di Forza Italia.
Il voto è stato anche una complessa partita a scacchi con un occhio alle politiche interne dei singoli Paesi. Fratelli d’Italia, che alla vigilia sembrava orientato a votare contro la sfiducia, ha optato per la non partecipazione. In una nota congiunta con le delegazioni lituana, lettone, ceca, bulgara e spagnola, i meloniani hanno sottolineato come la mozione dei sovranisti non fosse “la nostra battaglia”. Pur riconoscendo un cambiamento di passo nella direzione voluta dai Conservatori, non hanno concesso un endorsement alla Commissione, preferendo puntare a “maggioranze sui singoli dossier con le forze politiche affini, sia a destra che al centro”.
Questa posizione ha però evidenziato una spaccatura all’interno del gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei (ECR), con i polacchi del PiS e i romeni di Aur più vicini ai “Patrioti”. In 44 Conservatori hanno votato contro von der Leyen, mentre 35 hanno disertato. George Simion, leader di Aur, ospite dell’evento ECR a Napoli, ha dichiarato che i Conservatori escono da questa giornata “più forti”.
Tuttavia, per molti pro-UE, il voto di oggi rivela un dato inequivocabile: sui temi decisivi, Ursula von der Leyen non può contare esclusivamente sull’asse PPE-sovranisti. I voti del centro-sinistra europeista, per quanto a volte scomodi, restano per lei indispensabili per garantire una solida maggioranza e affrontare le sfide future.