Di fronte al perdurare del caro energia che morde il sistema produttivo e le famiglie europee, la Commissione UE ha scoperto le sue carte. In una lettera ufficiale indirizzata a tutti i 27 Paesi membri, il vicepresidente esecutivo Raffaele Fitto, titolare del portafoglio per la Coesione, ha certificato la disponibilità di Bruxelles a concedere un surplus di flessibilità: i governi nazionali potranno riprogrammare e utilizzare i fondi della Coesione non ancora spesi per contrastare l’emergenza energetica.
Non si tratta di nuove risorse economiche stanziate da Bruxelles, ma della possibilità di stornare fondi già esistenti – in particolare attingendo dal Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr), dal Fondo di coesione generale e dal Just Transition Fund – per metterli a disposizione dei bilanci statali in tempi rapidi. «L’Unione ha le risorse per rispondere e dobbiamo mobilitarle adesso», ha scritto Fitto.
La rivolta delle Regioni europee: «I fondi non sono un bancomat»
La mossa di Bruxelles ha immediatamente innescato un durissimo scontro frontale con i territori e con le autonomie locali. A guidare la rivolta è la presidente del Comitato europeo delle Regioni, l’ungherese Kata Tutto, che ha attaccato la proposta con parole al vetriolo sui social:
Kata Tutto: «La crisi energetica è reale, ma la soluzione proposta non lo è. Indicare i fondi di coesione come un bancomat di emergenza, per l’ennesima volta, trasforma la politica degli investimenti strategici a lungo termine in un’aspirina politica: dà un sollievo temporaneo, ma crea un sottoinvestimento cronico. E la parte migliore? Questi fondi a livello locale sono già stati tutti impegnati».
La replica di Fitto non si è fatta attendere, rispedendo le accuse al mittente: «Non c’è nessun bancomat e Bruxelles non obbliga nessuno. Questa si chiama flessibilità, la stessa che le Regioni europee avevano chiesto. Se qualcuno ritiene che programmi scritti quattro anni fa rispondano perfettamente alle esigenze di oggi, è libero di mantenere lo status quo. Ma la politica di coesione funziona solo se sa adattarsi alla realtà».
Il dilemma del governo italiano tra flessibilità e Pnrr
In Italia l’apertura viene accolta positivamente ma considerata solo “parziale” rispetto alle reali necessità. Il ministro per gli Affari europei e la Coesione, Tommaso Foti, e il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, hanno difeso la linea della Commissione parlando di «grande opportunità e non di un obbligo per i territori».
Tuttavia, Roma punta a ottenere concessioni ben più ampie sul Patto di stabilità. L’obiettivo del governo Meloni è equiparare interamente i costi dell’energia a quelli della sicurezza e della difesa, scomputando tali spese dal calcolo del deficit. «Non possiamo dire ai cittadini che i soldi ci sono solo per le armi e la difesa, bisogna cercare un equilibrio», ha rimarcato la premier Giorgia Meloni.
La proposta di Fitto, inoltre, rischia di aprire un fronte interno per l’esecutivo: l’Italia ha storicamente difficoltà a spendere tutti i fondi di coesione e parte di quelle risorse il governo le ha già formalmente promesse per finanziare grandi opere infrastrutturali, a partire dal Ponte sullo Stretto di Messina. Nel frattempo, per lanciare un segnale di distensione a Bruxelles, il vicepremier Antonio Tajani ha annunciato che l’Italia rinuncerà a chiedere l’intera quota dei 15 miliardi di euro inizialmente previsti per il programma militare europeo Safe.
Le opposizioni all’attacco: «Una beffa per il Sud»
Il piano di riprogrammazione ha sollevato il muro delle opposizioni italiane, che accusano il governo di voler sottrarre risorse vitali ai territori svantaggiati. Il Movimento 5 Stelle ha sferrato l’attacco più duro: «È incredibile che questa proposta arrivi proprio da Fitto, un commissario nato nel Sud Italia, dove tutti sanno che i fondi di coesione sono indispensabili per colmare il divario con il resto del Paese e non possono essere scippati». Sulla stessa linea Italia Viva, che bolla l’intera operazione di reindirizzamento dei fondi come «una vera e propria beffa» ai danni delle amministrazioni locali.
La partita decisiva si giocherà il prossimo 3 giugno, quando la Commissione europea presenterà il pacchetto di primavera del Semestre europeo e scioglierà le riserve sulla modifica dei piani nazionali e sulle deroghe di bilancio richieste da Roma.