L’indice della Commissione europea riguardante i progressi degli Stati membri in materia di politica digitale-Desi (Digital economy and society index per il 2022) pone l’Italia al 18° posto fra i 27 Stati membri Ue, con un punteggio di 49,3 rispetto alla media Ue di 52,3. Emerge dal Rapporto Formez Pa 2022 curato dal Centro studi e attività internazionali e presentato oggi.
In particolare, l’Italia si trova al di sotto del punteggio europeo per le categorie tematiche del capitale umano (25° posto) e dei servizi pubblici digitali (19° posto), mentre ha valori superiori in materia di connettività (7°posto) e integrazione delle tecnologie digitali (8°posto). L’Internet governance forum (Igf) Italia svolge un’analisi approfondita del rapporto, mettendo in rilievo sia i punti di forza che i limiti dell’approccio metodologico sposato dal Desi, il quale coglie sicuramente alcuni trend di fondo (in termini di competenze, di integrazione delle tecnologie, di connettività e di servizi pubblici digitali), e tuttavia non considera le specificità della struttura economica del nostro Paese, caratterizzata da una più che preponderante presenza di piccole e micro imprese, rischiando con ciò di non cogliere appieno la portata delle trasformazioni in atto nel tessuto economico e sociale italiano. Non esiste solo il digital divide, di cui molto si sente parlare, esiste anche la concreta opportunità di raccogliere un dividendo digitale nel momento in cui il capitale umano, di cui noi stessi facciamo parte in qualità di cittadini, civil servant, e-leader, utilizza le nuove tecnologie e le inserisce nei processi produttivi delle amministrazioni. Rispetto al percorso complessivo di questa rivoluzione digitale che, secondo l’opinione del presidente Igf, Mattia Fantinati, sta cambiando economia, cultura e società, a che punto siamo? La profonda trasformazione che scaturirà da questa rivoluzione porterà ad una rilevante modifica degli assetti, dei ruoli, degli ambiti di influenza e dei livelli di partecipazione di tutti gli attori in gioco, siano essi istituzionali, privati o anche singoli cittadini. Ne deriva l’esigenza di una crescita di consapevolezza, che non sia ristretta ai soli decision maker economici e politici, ma che sia allargata a tutti i cittadini e comprenda un confronto ragionato con le altre realtà europee. Da questa premessa parte lo studio condotto da Igf che ha analizzato il rapporto Desi, avvalendosi del contributo di molti key-stakeholder del panorama italiano.