Si rompe il filo del dialogo tra Stati Uniti e Iran, trascinando nuovamente il Medio Oriente e i mercati globali nell’incertezza. Il Presidente Donald Trump ha respinto senza appello la controproposta inviata da Teheran per porre fine a dieci settimane di conflitto, definendola su Truth Social “totalmente inaccettabile e inappropriata”.
Il piano iraniano, trasmesso tramite mediatori, chiedeva non solo la fine della guerra su tutti i fronti (incluso il Libano), ma pretendeva la revoca immediata delle sanzioni, la fine dell’embargo petrolifero e cospicue compensazioni per i danni di guerra. Punto di rottura definitivo è stata la riaffermazione della piena sovranità iraniana sullo Stretto di Hormuz, mossa che Washington interpreta come una minaccia persistente alla libera navigazione.
La reazione di Trump è stata durissima: oltre a bocciare il testo, il tycoon ha avvertito che gli Stati Uniti monitorano le scorte residue di uranio arricchito di Teheran e che, “a un certo punto”, le forze americane se ne impadroniranno.
Il mancato accordo ha scosso immediatamente le borse: il prezzo del greggio è balzato di oltre il 3%, superando la soglia psicologica dei 100 dollari al barile. Con lo Stretto di Hormuz – arteria vitale per un quinto del petrolio mondiale – ancora sostanzialmente bloccato, l’amministrazione Trump teme l’impatto del caro-benzina in vista delle elezioni di midterm.
Mentre a Bruxelles si riuniscono oggi i ministri degli Esteri dell’UE e domani Parigi e Londra presiederanno un vertice sulla difesa, gli USA appaiono isolati: i Paesi NATO hanno infatti ribadito il no all’invio di navi senza un solido accordo di pace. La palla passa ora alla diplomazia asiatica: mercoledì Trump volerà a Pechino per incontrare Xi Jinping, nella speranza che la Cina eserciti la necessaria pressione su Teheran.
In questo clima di estrema tensione, giunge l’unica notizia di distensione umanitaria: le autorità iraniane hanno rilasciato su cauzione Narges Mohammadi. La Premio Nobel per la Pace, le cui condizioni di salute erano da tempo al centro di appelli internazionali, è stata trasferita a Teheran per poter ricevere cure mediche urgenti.ù
Intanto Benjamin Netanyahu non arretra e gela le speranze di una rapida soluzione diplomatica. In un’intervista rilasciata al programma “60 Minutes” della CBS, il Primo Ministro israeliano ha ribadito che l’offensiva contro Teheran prosegue senza sosta, delineando obiettivi che vanno ben oltre il semplice cessate il fuoco. Il Premier è stato categorico sulla minaccia atomica: nonostante i recenti movimenti diplomatici, l’Iran possiede ancora uranio arricchito e siti attivi che Israele considera un pericolo esistenziale. “C’è ancora materiale nucleare che deve essere portato fuori dal Paese e siti che devono essere smantellati”, ha dichiarato Netanyahu. Alla domanda incalzante su come intenda neutralizzare tali scorte, la risposta è stata una sfida aperta: “Si entra e lo si porta fuori”.
Netanyahu ha inoltre respinto con forza l’ipotesi di legare una tregua con l’Iran alla fine delle ostilità in Libano. Secondo il leader israeliano, Teheran starebbe tentando di negoziare un cessate il fuoco coordinato per salvare Hezbollah e preservare la propria rete di gruppi armati ai confini di Israele.
“L’Iran vorrebbe un accordo speculare per proteggere i propri interessi”, ha spiegato Netanyahu, ribadendo che la strategia di Gerusalemme punta invece al cuore del sistema di potere iraniano. Per il Premier, l’indebolimento o la caduta del regime di Teheran rappresenterebbero il colpo di grazia definitivo per Hamas, Hezbollah e gli Houthi, portando al collasso dell’intera architettura della resistenza sciita in Medio Oriente.
Le parole del Primo Ministro arrivano in un momento di estrema tensione, confermando che Israele non ritiene conclusa la missione fino al totale smantellamento delle capacità balistiche e nucleari iraniane. Una linea di massima fermezza che sembra escludere, per ora, qualsiasi mediazione che non preveda la resa tecnologica e militare della Repubblica Islamica.