Non c’è il plauso che Donald Trump si aspettava. L’annuncio del “Project Freedom”, la missione militare statunitense per forzare il blocco dello Stretto di Hormuz, è stato accolto con estrema freddezza dai partner europei riuniti al vertice della Comunità Politica Europea (CPE) in Armenia.
Il presidente francese Emmanuel Macron ha gelato le aspettative di Washington con una dichiarazione netta: “Project Freedom? Non conosco questa iniziativa. Noi non parteciperemo a nessuna operazione di forza in un contesto che non mi sembra chiaro.”
La posizione della coalizione dei “Volenterosi” (guidata da Francia e Gran Bretagna, e di cui fa parte anche l’Italia) resta ferma: la libertà di navigazione nello stretto deve essere garantita attraverso una soluzione “concordata” tra USA e Iran, non tramite un’imposizione militare unilaterale che rischierebbe di far precipitare il cessate il fuoco.
L’Europa e gli Stati Uniti sembrano muoversi su binari opposti per risolvere la crisi energetica e marittima: per l’Europa, solo una soluzione diplomatica può garantire la “prevedibilità” necessaria ai commerci. Trump, al contrario, punta su un “multilateralismo muscolare”.
L’Alleanza Atlantica ha ribadito di non avere mandato per intervenire nel Golfo, lasciando gli USA isolati nella loro iniziativa di scorta armata. Bruxelles è disposta a rafforzare la missione difensiva già esistente, ma si rifiuta categoricamente di scivolare in un conflitto aperto con Teheran.
Mentre Trump muove i cacciatorpediniere, l’Unione Europea accelera sui piani di emergenza per aggirare Hormuz: potenziare il flusso di gas che dall’Azerbaigian (dove si trova oggi la Premier Meloni) arriva all’Europa Orientale. La commissaria UE Dubravka Šuica è volata in Algeria per blindare le forniture di fonti fossili e ridurre la dipendenza dal transito nel Golfo.
Il prossimo round di questo braccio di ferro transatlantico si terrà mercoledì a Parigi, durante il G7 dei ministri del Commercio. Sarà presente Jamieson Greer, negoziatore capo americano, che dovrà affrontare non solo il nodo Hormuz, ma anche la rabbia europea per i dazi al 25% sulle auto annunciati da Trump.
L’Europa, pur avendo un disperato bisogno di riaprire le rotte commerciali, sembra intenzionata a non seguire la “via del cannone” tracciata dal tycoon, temendo che un errore di calcolo nel Golfo possa trasformare la crisi energetica in una catastrofe globale.