Il Ministro dell’Economia naviga tra le tempeste parlamentari. Mentre l’emendamento del governo sforbicia gli anticipi per i precoci, il titolare del MEF rivendica il suo pragmatismo: “A me interessa il prodotto finale”.
Nella complessa liturgia della Legge di Bilancio, Giancarlo Giorgetti ha scelto di interpretare il ruolo del realista cinico, ma saldo al timone. Mentre la Commissione Bilancio del Senato licenzia un nuovo pacchetto di modifiche, il Ministro risponde alle voci di tensioni interne con un’ironia che nasconde una profonda stanchezza politica: “Alle dimissioni ci penso tutte le mattine, sarebbe la cosa più bella”. Ma la battuta svanisce subito per lasciare spazio alla logica dei numeri.
Il cuore del nuovo emendamento governativo è un ulteriore giro di vite sulla previdenza. Gli anticipi pensionistici per i lavoratori cosiddetti “precoci” subiscono nuovi tagli, confermando la linea di estrema prudenza fiscale del Tesoro.
Parallelamente, assistiamo a un brusco dietrofront su una misura cara al governo lo scorso anno: la possibilità di anticipare la pensione di vecchiaia attingendo ai fondi complementari. “Pare non interessasse a nessuno, a me spiace ma non è stata ritenuta strategica”, ha commentato Giorgetti, sancendo il fallimento di un esperimento che non ha trovato spazio nell’attuale quadro di priorità.
Nonostante i tagli, la Manovra cerca di blindare alcuni progetti cardine e di fare cassa dove possibile:
- Infrastrutture e Sviluppo: Arriva il rifinanziamento per il Ponte sullo Stretto (dopo i rilievi della Corte dei Conti) e vengono stanziati fondi per i crediti d’imposta della Zes e di Transizione 5.0.
- Tfr e Inps: Torna l’obbligo per una platea più vasta di datori di lavoro di versare il Trattamento di fine rapporto al Fondo Inps, una mossa che garantisce liquidità immediata alle casse dello Stato.
- Spoil System: Via libera alla norma che facilita il ricambio dei vertici nelle Authority, rafforzando il controllo politico sulle autorità indipendenti.
Alla sua ventinovesima legge di Bilancio, Giorgetti dimostra di conoscere meglio di chiunque altro l’attrito tra le ambizioni dei partiti e i vincoli di bilancio. Il suo apparente distacco rispetto a quanto viene presentato originariamente dal governo — “A me interessa il prodotto finale, non quello che presento io” — è il segno di chi ha accettato che la Manovra sia un organismo vivente, destinato a mutare sotto la pressione del Parlamento.
Per il Ministro, il verdetto finale non appartiene ai titoli dei giornali di oggi, ma alla capacità della legge di tenere in ordine i conti del Paese. Una missione che, nonostante la stanchezza mattutina, Giorgetti non sembra intenzionato ad abbandonare prima del traguardo.