Il Parlamento europeo ha dato il via libera definitivo alla prima direttiva anticorruzione della storia dell’Unione, innescando un immediato terremoto politico a Roma. Il provvedimento, approvato a larghissima maggioranza (581 voti favorevoli), stabilisce che l’abuso di ufficio, nelle sue fattispecie più gravi, debba essere obbligatoriamente perseguito come reato in tutti gli Stati membri.
La decisione di Strasburgo colpisce direttamente il cuore della riforma della giustizia firmata dal ministro Carlo Nordio, che nell’estate del 2024 aveva sancito l’abrogazione definitiva del reato. Secondo Raquel Garcia Hermida, relatrice del provvedimento a Bruxelles, l’Italia sarà ora costretta a una parziale retromarcia: “L’abuso va criminalizzato e il recepimento della norma obbligherà a reintrodurre almeno due fattispecie gravi”.
SCONTRO POLITICO E REAZIONI Mentre il presidente dell’Anac, Giuseppe Busia, auspica che la direttiva serva a colmare i “vuoti di tutela” creatisi dopo l’abolizione, le opposizioni attaccano duramente l’esecutivo. Giuseppe Conte (M5S) parla di una “batosta per Meloni”, mentre il Partito Democratico, con Debora Serracchiani e Federico Gianassi, annuncia un’interrogazione parlamentare definendo la linea del governo un “boomerang europeo”.
Dall’altra parte, la maggioranza di centrodestra — che pure ha votato a favore della direttiva a Bruxelles — tenta di minimizzare la portata del vincolo. Fonti di Fratelli d’Italia sostengono che l’articolo 7 del testo lasci “ampio margine di discrezionalità” agli Stati, escludendo un obbligo automatico di ripristino della norma nei termini precedenti.
IL NODO COSTITUZIONALE La questione potrebbe presto spostarsi dal piano politico a quello giudiziario. Il presidente della Corte Costituzionale, Giovanni Amoroso, ha già ipotizzato un possibile intervento della Consulta: “Se la direttiva modifica il quadro normativo, la Corte potrebbe essere chiamata a un nuovo controllo di costituzionalità”.
Il Ministero della Giustizia ha intanto avviato l’analisi del testo per valutare i margini interpretativi. Resta il fatto che, al di là dei tecnicismi, il voto di Bruxelles segna un punto di svolta: l’Unione chiede standard anticorruzione omogenei e il “modello italiano” senza abuso d’ufficio sembra ora avere i giorni contati.