Una chiamata alle armi per “modernizzare la nazione” e una rassicurazione granitica sulla tenuta dell’esecutivo. Dal palco del Teatro Parenti di Milano, Giorgia Meloni lancia la volata finale per il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo, sgomberando il campo da ogni ipotesi di crisi di governo in caso di sconfitta. «A chi mi detesta dico di non cadere in trappola: non c’è alcuna possibilità che io mi dimetta, in nessun caso», ha scandito la premier, invitando anche gli avversari politici a votare nel merito della riforma.
A dieci giorni dall’apertura delle urne, la Presidente del Consiglio ha esortato gli italiani a superare il disinteresse: «Stavolta non ce la facciamo da soli, c’è bisogno di voi. Cinque minuti e una croce sul Sì per aprire una pagina nuova». Secondo la leader di Fratelli d’Italia, la riforma rappresenta un traguardo “epocale”, finora sempre naufragato per l’interdizione delle correnti dell’Associazione Nazionale Magistrati e dei gruppi di potere interni alla categoria.
Il rapporto con la magistratura
Meloni ha cercato di stemperare le tensioni nate dopo le recenti dichiarazioni di Giusi Bartolozzi, braccio destro del Guardasigilli Nordio. «Nessuno ha in mente di liberarsi della magistratura», ha precisato, sottolineando che l’obiettivo è restituire prestigio a un sistema “compromesso e umiliato dalle logiche correntizie”, a beneficio sia dei cittadini che dei magistrati stessi.
Tuttavia, il tono si è fatto più duro nel delineare lo scenario di una possibile vittoria del No. Senza la riforma, secondo la premier, il Paese si ritroverebbe con «correnti ancora più potenti e decisioni surreali sulla pelle dei cittadini».
Sicurezza e casi di cronaca
Nel suo affondo finale, la premier ha evocato i rischi di una giustizia inefficiente, citando il pericolo di vedere «immigrati illegali, stupratori e spacciatori rimessi in libertà» o «antagonisti che devastano senza conseguenze». Meloni ha richiamato anche casi mediatici recenti, come quello dei figli allontanati dalle madri per scelte di vita non condivise dai giudici, per ribadire la necessità di un sistema più “meritocratico e libero”.
Nonostante l’attenzione del Governo resti concentrata sulla crisi diplomatica in Medio Oriente, il messaggio uscito dal Teatro Parenti è chiaro: il referendum è un bivio per la nazione, ma non sarà un test sulla sopravvivenza di Palazzo Chigi.