La drammatica tre giorni di scontro sulla riforma elettorale battezzata “Stabilicum” giunge alle sue battute finali. Oggi alle 11:30 è previsto il voto finale nell’Aula della Camera.
Sarà l’ennesimo e decisivo test a voto segreto, un passaggio che per Giorgia Meloni non rappresenta più una semplice formalità, ma un vero e proprio referendum sulla tenuta del suo esecutivo. L’avvertimento recapitato dalla premier ai partner di coalizione in vista del voto odierno è perentorio: «O si dimostra compattezza o non si va avanti».
1. La strategia di Fratelli d’Italia: capitalizzare la battaglia sulle preferenze
Dopo il doppio scivolone sulle preferenze – prima con il proprio emendamento e poi con il sostegno “tattico” all’analoga proposta dei vannacciani, respinta con ben 233 no a scrutinio segreto – Fratelli d’Italia ha scelto di non nascondere le ferite, ma di usarle per dettare una nuova narrazione a proprio favore.
IL PIANO DEI MELONIANI DOPO IL CROLLO
├── LA NARRAZIONE: Mostrarsi come l'unico partito che voleva davvero restituire la scelta ai cittadini.
├── IL MESSAGGIO AGLI ALLEATI: Far capire che i veri "sabotatori" del voto democratico sono dentro la coalizione.
└── IL BIVIO DI GOVERNO: Esigere fedeltà sull'impianto complessivo per evitare il sospetto del "pareggio" istituzionale.
Il retropensiero a Palazzo Chigi: Se oltre alle preferenze dovesse crollare l’intero impianto dello “Stabilicum” – caratterizzato dal sistema proporzionale con premio di maggioranza al 42% (pari a 70 deputati e 35 senatori) e l’indicazione del candidato premier sulla scheda – a via della Scrofa ne trarrebbero un’unica conseguenza: «C’è qualcuno nella maggioranza che tifa per il pareggio per non avere Giorgia Meloni alla guida del Paese».
2. I sospetti sulla Lega e il “caso” del voto mancato di Giorgetti
A mente fredda, le analisi della dirigenza di FdI sul blitz dei circa cinquanta franchi tiratori che hanno affossato le preferenze si concentrano in particolare sulla Lega.
Pur riconoscendo la correttezza formale di Matteo Salvini e Antonio Tajani come leader, i sospetti si appuntano su defezioni mirate nei banchi del Carroccio e su alcune assenze eccellenti nel momento del voto:
- Il caso Giorgetti: I tabulati d’aula hanno rivelato che il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, pur essendo presente fisicamente nell’emiciclo di Montecitorio, non risulta tra i votanti del primo emendamento.
- La presidenza Rampelli: Un altro voto favorevole è mancato poiché a presiedere l’aula in quel frangente c’era Fabio Rampelli (FdI) al posto del presidente della Camera Lorenzo Fontana (Lega), il quale solitamente riprende lo scranno solo per i voti finali.
Al di là dei singoli episodi, l’irritazione degli alleati per la scelta di FdI di inseguire i cartelli e le urla di Futuro Nazionale votando l’emendamento Ziello è palpabile. La replica dei fedelissimi della premier è stata gelida: «Potevano pensarci ieri a votare le preferenze concordate».
3. L’incognita Senato: la “via palese” suggerita da La Russa
Qualora la legge elettorale dovesse superare indenne il voto finale di oggi alla Camera, si aprirà per la premier un delicato dilemma strategico in vista del secondo passaggio parlamentare.
L’idea, lanciata dal Presidente del Senato Ignazio La Russa, sarebbe quella di reinserire chirurgicamente l’emendamento sulle preferenze a Palazzo Madama. I pro e i contro di questa opzione sono al vaglio dei costituzionalisti del partito:
La “Via del Senato” per salvare le preferenze
- Il vantaggio regolamentare: Al Senato il voto segreto sulle riforme della legge elettorale non è ammesso per regolamento su questo genere di modifiche. I franchi tiratori di Lega e Forza Italia dovrebbero bocciare la norma a viso aperto, assumendosene la responsabilità politica davanti alle telecamere.
- La correzione tecnica: Il testo verrebbe riformulato superando le critiche mosse dalle deputate dell’opposizione e di FI sulla reale tutela delle quote di parità di genere.
- Il rischio del terzo passaggio: Qualsiasi modifica al Senato costringerebbe a un terzo passaggio d’obbligo alla Camera. Lì, l’unico scudo per il governo sarebbe porre la questione di fiducia per blindare il voto ed evitare nuovi tradimenti nell’urna coperta.
Dal canto loro, gli alleati sperano che la partita sulle preferenze sia chiusa definitivamente. “Sarebbe una forzatura forzare la mano adesso, ormai la frittata è fatta”, confida un parlamentare di Forza Italia. Tutto dipenderà da quanta pazienza e quanta tenuta mostreranno i numeri della maggioranza tra pochissime ore, quando il tabellone elettronico di Montecitorio decreterà il destino dello Stabilicum.