Un grido disperato che parte dalla finestra del Palazzo Apostolico e arriva fino alle periferie di Roma. Papa Leone XIV, durante l’Angelus e nella successiva visita alla parrocchia di Ponte Mammolo, ha lanciato un monito durissimo contro l’escalation militare in Medio Oriente e in Libano, definendo la guerra una «assurda pretesa» e un fallimento dell’umanità.
Di fronte a una piazza San Pietro gremita nella quarta domenica di Quaresima, il Pontefice si è rivolto direttamente ai leader mondiali e ai responsabili dei conflitti: «A nome dei cristiani del Medio Oriente e di tutte le persone di buona volontà, vi dico: cessate il fuoco!». Il Papa ha espresso profonda sofferenza per le migliaia di vittime civili e per gli attacchi che continuano a colpire scuole, ospedali e centri abitati, costringendo intere popolazioni alla fuga.
«Dio non può essere arruolato dalle tenebre»
Nel pomeriggio, durante la messa celebrata nella chiesa del Sacro Cuore di Gesù a Ponte Mammolo, Leone XIV ha toccato un punto teologico e politico cruciale: l’uso della religione come paravento per le aggressioni militari. «Qualcuno pretende addirittura di coinvolgere il nome di Dio in queste scelte di morte — ha denunciato il Santo Padre — ma Dio non può essere arruolato dalle tenebre. Egli è luce, speranza e pace».
Il Papa ha ribadito che la violenza non porterà mai alla stabilità attesa dai popoli, ma solo a un moltiplicarsi delle sofferenze. L’unica via d’uscita, secondo il Pontefice, è «dialogare senza tregua», sostituendo la logica delle armi con quella del negoziato.
Preoccupazione per l’amato Libano
Un focus particolare è stato dedicato alla crisi libanese, definita “motivo di grande preoccupazione”. Il Papa ha auspicato cammini di dialogo che possano sostenere le autorità di Beirut nell’implementare soluzioni durature, evitando che il Paese dei Cedri precipiti definitivamente nel caos.
La carezza alle periferie
Oltre ai grandi temi internazionali, il Papa ha voluto lodare l’impegno concreto della comunità di Ponte Mammolo, che da decenni si occupa di povertà, emarginazione e dell’accoglienza dei detenuti di Rebibbia. «La carità è il volto concreto dell’amore cristiano», ha ricordato citando Sant’Agostino, indicando nel servizio agli ultimi l’unico vero antidoto alla cultura della distruzione che sta infiammando il mondo.