Si è conclusa la storica visita di tre giorni di Donald Trump a Pechino, un evento ricco di simbolismi e accordi commerciali, ma inevitabilmente segnato dalle ombre geopolitiche internazionali, a partire dal drammatico raid russo che ha provocato una strage a Kiev proprio nelle stesse ore del summit.
Un tappeto rosso sulla pista, la guardia d’onore e il decollo dell’Air Force One hanno sancito la fine del viaggio del presidente statunitense in Cina. Un incontro ad altissimo livello che ha visto il tycoon e Xi Jinping confrontarsi faccia a faccia a Zhongnanhai, l’esclusiva e blindata cittadella del potere comunista a Pechino, un onore concesso a pochissimi leader occidentali nella storia.
I “fantastici” accordi commerciali e il caso Boeing Al termine del vertice, Trump ha celebrato su Truth il successo della missione, parlando di “fantastici accordi economici” e di un rapporto “molto solido” con Xi, da lui definito un “grande leader e un amico”.
Tra le intese commerciali principali spicca la commessa strappata dal presidente USA: la Cina si è impegnata ad acquistare 200 aerei Boeing di grandi dimensioni. Sebbene la cifra sia considerevole, i mercati finanziari hanno reagito con prudenza (il titolo Boeing ha ceduto lo 0,88% nell’after hours), poiché le stime della vigilia parlavano di una commessa ben più ampia da 600 velivoli complessivi.
Intesa sull’Iran, ma resta il nodo Taiwan I due leader hanno mostrato una forte convergenza sul dossier mediorientale:
- Nucleare e Stretti: Sia Trump che Xi hanno concordato che l’Iran non dovrà mai dotarsi di armi nucleari e che lo Stretto di Hormuz deve essere riaperto e rimanere libero.
- Niente armi a Teheran: Trump ha riferito di aver ricevuto rassicurazioni personali da Xi sul fatto che Pechino non invierà equipaggiamento militare all’Iran e che si è offerta di mediare per una soluzione al conflitto.
Di tutt’altro tenore il confronto su Taiwan. Xi Jinping è stato categorico con la controparte americana: pur auspicando che USA e Cina siano “partner e non rivali”, ha avvertito che se il dossier dell’isola venisse gestito male, le due superpotenze rischierebbero “lo scontro e persino il conflitto”. Dal canto suo, il Segretario di Stato USA Marco Rubio ha precisato che la linea di Washington sull’isola rimane invariata.
La stoccata a Biden e l’ombra di Kiev Non sono mancate le consuete polemiche interne. Trump ha commentato un’affermazione di Xi sulla “nazione in declino” rigirandola contro il suo predecessore: “Xi aveva ragione al 100%, ma si riferiva ai quattro anni disastrosi di ‘Sleepy Joe’ Biden, non agli incredibili successi della mia amministrazione”.
Mentre i leader celebravano la ritrovata “stabilità strategica” a Pechino, la realtà della guerra ha fatto bruscamente irruzione sull’agenda globale. Un massiccio attacco russo con missili e droni ha devastato Kiev, provocando almeno 24 morti. Un raid che il ministro degli Esteri ucraino Sybiha ha definito “un insulto al vertice di Pechino”, dimostrando come Vladimir Putin continui a ignorare i messaggi di stabilità che arrivano dalle grandi potenze.
Trump ha ufficialmente invitato Xi Jinping e la First Lady alla Casa Bianca per il prossimo 24 settembre. A bordo dell’Air Force One che lo riportava a Washington, il presidente statunitense ha rilasciato dichiarazioni tranchant che ridimensionano il clima di disgelo, fissando paletti rigidissimi su Taiwan e rilanciando le minacce militari contro Teheran. Nessun assegno in bianco a Taipei. Il giorno dopo il faccia a faccia in cui Xi Jinping aveva evocato lo spettro del conflitto in caso di “cattiva gestione” del dossier, Donald Trump ha chiarito la posizione degli Stati Uniti con il suo tipico pragmatismo isolazionista: “Non voglio che qualcuno dichiari l’indipendenza e che gli Stati Uniti debbano percorrere 15mila chilometri per andare in guerra”, ha tagliato corto il tycoon, frenando le velleità autonomiste dell’isola e allineandosi, di fatto, allo status quo chiesto da Pechino per evitare la “trappola di Tucidide”.
Se sul fronte cinese Trump sceglie la via della prudenza strategica per proteggere gli “accordi commerciali fantastici” appena siglati (tra cui la maxi-commessa per 200 aerei Boeing), il tono si fa incendiario quando si parla di Medio Oriente.
Nonostante le rassicurazioni ricevute da Xi sul blocco dell’invio di armi cinesi a Teheran, il presidente USA non ha escluso una nuova escalation militare diretta contro la Repubblica Islamica: “Potremmo intervenire di nuovo per fare ‘un po’ di pulizie'”, ha minacciato apertamente dall’aereo presidenziale, definendo la situazione attuale “una follia” e ribadendo che la chiusura dello Stretto di Hormuz non sarà tollerata.
Il summit di tre giorni a Zhongnanhai ha indubbiamente evitato una rottura catastrofica tra le due superpotenze, ma non ha prodotto la svolta strategica globale che alcuni auspicavano. I progressi reali restano confinati alla sfera commerciale e a concessioni prettamente simboliche.
L’aneddoto che meglio fotografa il clima del vertice è la promessa fatta da Xi Jinping prima dei saluti: il leader cinese invierà a Washington i semi delle rare rose che il presidente americano ha tanto ammirato durante la loro passeggiata nei giardini imperiali. Un gesto di cortesia orientale che, tuttavia, non riesce a nascondere le profonde divergenze che continuano a dividere i due blocchi.
IL VERTICE IN SINTESI
- Economia: Accordo per l’acquisto di 200 Boeing americani da parte della Cina.
- Geopolitica: Linea comune anti-nucleare sull’Iran e impegno per tenere aperto lo Stretto di Hormuz.
- Tensioni: Avvertimento di Xi su Taiwan (“Rischio conflitto se gestito male”).
- Diplomazia: Xi invitato a Washington a settembre; previsti fino a 4 incontri bilaterali nel 2026.
- Contesto: Il summit si chiude mentre a Kiev si contano almeno 24 vittime per un raid russo.