L’escalation militare nel Golfo raggiunge un punto di non ritorno. Le forze statunitensi hanno colpito l’isola iraniana di Kharg, snodo vitale da cui transita l’80% delle esportazioni petrolifere di Teheran. Secondo il Comando americano, l’operazione ha distrutto 90 obiettivi militari, cercando di risparmiare le infrastrutture estrattive per evitare il collasso energetico globale. Tuttavia, il presidente Donald Trump ha già alzato il tiro, chiedendo agli alleati l’invio di navi per pattugliare lo Stretto di Hormuz.
Quello che gli analisti definiscono “uno dei più potenti bombardamenti nella storia del Medio Oriente” ha colpito al cuore il sistema difensivo di Teheran. Donald Trump ha ordinato un raid massiccio sull’isola di Kharg, l’hub strategico da cui transita il 90% dell’export petrolifero iraniano. La mossa, descritta dal Comando Centrale Usa come un successo chirurgico, ha portato alla distruzione di oltre 90 obiettivi militari, lasciando tuttavia intatte – per ora – le infrastrutture energetiche.
«Ho scelto di non distruggere le raffinerie», ha dichiarato il tycoon, lanciando però un ultimatum immediato: «Se l’Iran interferirà con il libero passaggio nello Stretto di Hormuz, riconsidererò questa decisione». Il Presidente Usa ha inoltre sollecitato una coalizione internazionale, invitando Cina, Francia, Giappone e Regno Unito a inviare navi da guerra per proteggere le rotte commerciali dalla minaccia di una nazione che definisce «completamente decapitata».
La replica della Repubblica Islamica non si è fatta attendere. Mentre il governatore di Bushehr minimizza l’impatto del raid assicurando che le attività commerciali continuano, i vertici militari di Teheran alzano la posta: «In caso di attacco alle nostre infrastrutture energetiche, tutte le compagnie petrolifere della regione con partecipazioni americane saranno ridotte in cenere».
La tensione si sposta anche sugli Emirati Arabi Uniti, minacciati dall’Iran poiché considerati basi di lancio per i raid statunitensi. In questo clima di assedio, solo le petroliere indiane sembrano riuscire a transitare nello Stretto, muovendosi con estrema cautela grazie a precari accordi locali.
I Pasdaran hanno giurato vendetta contro il Premier israeliano: «Se Netanyahu è ancora vivo, lo braccheremo e lo uccideremo». Il regime iraniano minaccia inoltre di colpire i terminal petroliferi degli Emirati Arabi Uniti, considerandoli ora “obiettivi legittimi”. Sul fronte diplomatico, Trump gela le speranze di una tregua: «I termini proposti da Teheran non sono abbastanza buoni. Mojtaba? Non so nemmeno se sia vivo», ha dichiarato il tycoon riferendosi alla guida suprema in pectore.
Mentre i raid proseguono, Israele si prepara a quella che potrebbe essere la più grande operazione di terra in territorio libanese dal 2006. Secondo fonti di intelligence, l’Idf pianifica di conquistare l’intera area a sud del fiume Litani per smantellare Hezbollah. Il Ministro della Difesa Israel Katz è stato categorico: «La guerra contro l’Iran sta entrando in una fase decisiva e continuerà finché necessario».
Nonostante l’escalation, si muovono faticosamente i canali diplomatici. Gli Stati Uniti, con Jared Kushner, e la Francia di Emmanuel Macron stanno tentando di mediare un cessate il fuoco tra Israele e Libano. Parigi avrebbe proposto un piano che include il riconoscimento dello Stato ebraico da parte di Beirut, mentre Cipro emerge come la sede più probabile per incontri diretti tra i rappresentanti di Netanyahu e il governo libanese. Anche Turchia, Oman ed Egitto restano in campo nel tentativo di coinvolgere i vertici della sicurezza iraniana in un dialogo che, al momento, appare lontano dal produrre risultati concreti.