Una capitale deserta, strade contingentate e due giorni di festività straordinaria per motivi di sicurezza: Islamabad si presenta così alla vigilia di quello che è già stato ribattezzato il vertice della speranza. Da oggi le delegazioni di Stati Uniti e Iran si siederanno l’una di fronte all’altra per i primi colloqui diretti dall’inizio del conflitto dello scorso febbraio. Tuttavia, l’ottimismo ostentato da Donald Trump si scontra con una realtà sul campo che resta drammaticamente esplosiva.
La delegazione americana arriva in Pakistan con pesi massimi del cerchio magico di Trump: il vicepresidente JD Vance è affiancato da Jared Kushner, ormai negoziatore ombra per i principali teatri di guerra. Sul fronte iraniano, il nome chiave è quello di Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento ed ex generale dei Pasdaran, emerso come unico interlocutore dopo che i raid delle scorse settimane hanno decimato i vertici del regime. Nonostante i gialli diplomatici sugli arrivi, smentiti da Teheran ma confermati dalla stampa internazionale, il tavolo è pronto.
PROPOSTE A CONFRONTO: IL NODO DELLO STRETTO DI HORMUZ
Le distanze tra Washington e Teheran appaiono, sulla carta, incolmabili:
- Il piano USA (15 punti): Prevede la rinuncia totale al nucleare, la consegna dell’uranio arricchito e la riapertura incondizionata dello Stretto di Hormuz.
- La proposta Iraniana (10 punti): Esige riparazioni di guerra, la revoca totale delle sanzioni e il riconoscimento del controllo iraniano su Hormuz, con la possibilità di imporre pedaggi alle petroliere (punto su cui Trump ha già posto un veto assoluto).
L’INCOGNITA LIBANO: TREGUA O GUERRA APERTA?
È il “fronte Nord” a rischiare di far saltare tutto prima ancora dell’inizio. Per l’Iran e il Pakistan, il cessate il fuoco concordato deve includere necessariamente il Libano e Hezbollah. Per Israele e Stati Uniti, invece, si tratta di due partite separate.
La tensione è alle stelle dopo il massiccio bombardamento israeliano su Beirut di mercoledì (oltre 300 morti), che Teheran ha definito una “palese violazione” della tregua. Mentre Vance parla di “legittimo malinteso”, il Capo di Stato Maggiore israeliano, il generale Eyal Zamir, ha gelato le speranze diplomatiche visitando le truppe al fronte: “In Libano non siamo in cessate il fuoco, siamo in guerra”.
HORMUZ: IL TRAFFICO PETROLIFERO AL PALO
Nonostante l’accordo di tregua prevedesse la riapertura della via d’acqua vitale per l’economia mondiale, la situazione nello Stretto di Hormuz resta critica. Dopo i raid su Beirut, l’Iran ha nuovamente sospeso quasi del tutto il traffico dei tanker. Centinaia di navi restano bloccate nel Golfo Persico sotto il sole cocente, con Vance che ha avvertito: “Se lo stretto non riapre, la tregua è finita”.
Dalla Casa Bianca giungono messaggi che sanno di ultimatum. Il presidente Donald Trump ha alzato drasticamente i toni, accusando Teheran di violare i pre-accordi sullo Stretto di Hormuz e di tentare di imporre “pedaggi illegali” alle petroliere. “Non permetteremo ricatti su vie d’acqua internazionali. Stiamo caricando le navi con le migliori munizioni e armi mai realizzate: se non ci sarà un vero accordo, i raid saranno più forti di prima”, ha avvertito il tycoon su Truth.
Il vicepresidente JD Vance, capo della delegazione USA già sul posto, ha rincarato la dose: “Siamo qui per negoziare, ma se pensano di prenderci in giro troveranno una squadra pronta a tutto”.
LA CONTROMOSSA DI TEHERAN: CONDIZIONI PRELIMINARI
La delegazione iraniana, guidata dal presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, ha risposto alzando un muro diplomatico. Prima ancora di sedersi al tavolo, l’Iran esigeMlo stop immediato ai bombardamenti israeliani su Beirut e sulle postazioni di Hezbollah e il rilascio dei fondi iraniani congelati all’estero. Ghalibaf è stato perentorio: “Il tempo sta scadendo e le violazioni della tregua hanno costi espliciti”.
A complicare ulteriormente il quadro è la posizione di Israele. Mentre il premier Netanyahu ha aperto a colloqui tecnici con il governo libanese, le forze armate (IDF) hanno chiarito che Hezbollah resta fuori da ogni tregua. Il generale Eyal Zamir ha ribadito dal fronte: “In Libano siamo in stato di guerra, non di cessate il fuoco”.
Sullo sfondo dei negoziati resta l’incubo energetico per l’Unione Europea. Con lo Stretto di Hormuz ancora semi-bloccato (transitano solo 15 navi al giorno), le riserve di cherosene negli aeroporti UE sono al limite: senza una svolta a Islamabad, i voli civili potrebbero iniziare a fermarsi entro tre settimane.