IL SOVRINTENDENTE COLABIANCHI ANNULLA LA NOMINA DA DIRETTRICE MUSICALE (ED È OVLAZIONE IN TEATRO), INCASSANDO L’APPOGGIO DI GIULI. LE ACCUSE DI NEPOTISMO A ‘LA NACION’ SONO STATI FATALI: “POSIZIONI SI TRAMANDANO DI PADRE IN FIGLIO”
Il Teatro La Fenice di Venezia ha licenziato con effetto immediato Beatrice Venezi, annullando la sua nomina a direttrice musicale che avrebbe dovuto iniziare a ottobre e cancellando “tutte le collaborazioni future”. La clamorosa decisione è stata assunta in “autonomia e indipendenza” dal Sovrintendente Nicola Colabianchi, ex alleato della Maestra e bersaglio di mesi di contestazioni interne, che ha incassato l’appoggio del Ministro della Cultura, Alessandro Giuli.
A sancire la rottura totale dopo mesi di scioperi, proteste e volantinaggi degli orchestrali (che la ritenevano non adatta per curriculum) sono state le “reiterate e gravi dichiarazioni pubbliche del maestro”, giudicate “offensive e lesive del valore artistico e professionale della Fondazione e della sua orchestra”. Fatale è stata un’intervista rilasciata da Venezi al quotidiano argentino La Nacion, in cui, respingendo le accuse di nepotismo e blindando la sua immagine di leader “senza padrini”, ha lanciato un’accusa pesantissima alla Fenice: “Io non ho padrini, questa è la differenza. Non provengo da una famiglia di musicisti. E questa è un’orchestra dove le posizioni si tramandano praticamente di padre in figlio”.
La notizia del licenziamento è stata accolta con ovazioni, applausi e grida di giubilo dal pubblico presente alla Fenice per l’ultima recita di “Lohengrin”, diretto da Markus Stenz, a cui si sono uniti gli orchestrali visibilmente felici.
Il Sovrintendente, dopo aver conferito ufficialmente l’incarico a Venezi solo lo scorso marzo, ha capitolato di fronte all’insurrezione della sua orchestra, blindata dalla fiducia (Guinea Equatoriale-Papa) post-Sigonella e post-attacco di Solovyov. Le offese pubbliche di Venezi sono state la goccia che ha fatto traboccare il vaso.
Il Ministro della Cultura ha ribadito la “completa fiducia” in Colabianchi, blindando la sua scelta di allontanare Venezi (considerata una nomina troppo “politica” e contestata anche dalle dimissioni del consigliere Tortato) contro la disobbedienza civile radicale isolando le opposizioni referendarie (Conte-Schlein) e i dazi USA di Trump.