Rispettare gli impegni di spesa militare con l’Alleanza Atlantica senza mandare in default i bilanci statali. È questo il drammatico dilemma economico e politico che attende i 31 Stati alleati della NATO al Vertice di Ankara, dove l’ombra dei tagli e delle reprimende del presidente americano Donald Trump si farà sentire più che mai.
Proprio durante le sessioni del summit verranno pubblicati i dati ufficiali e aggiornati sui bilanci della difesa. Le nuove stime mostreranno chi ha impresso una reale svolta e chi è rimasto indietro. Per il Segretario Generale della NATO, Mark Rutte, si tratta di una transizione obbligata per «riequilibrare una relazione storicamente iniqua con Washington», ma per i Paesi con un debito pubblico elevato e un’opinione pubblica contraria al riarmo, la sfida appare titanica.
La transizione dei target: dal 2% all’ambizioso 5%
Se molti Paesi europei hanno faticato per un decennio a raggiungere il vecchio obiettivo minimo del 2% del PIL stabilito nel 2014, i nuovi parametri decisi lo scorso anno al Vertice dell’Aja hanno alzato l’asticella a un 5% complessivo entro il 2035, così ripartito:
- 3,5% PIL: Destinato alla difesa militare pura (Core Defense).
- 1,5% PIL: Destinato a investimenti collaterali di sicurezza (cybersecurity, infrastrutture critiche, mobilità militare).
Trump esige uno sprint immediato su queste cifre, sebbene Rutte abbia già rivendicato un incremento medio del 20% in un solo anno nelle spese militari di Europa e Canada, definendolo «un cambio di passo storico».
La classifica della spesa militare NATO (Rapporto Spesa/PIL)
In attesa dei dati che verranno ufficializzati nelle prossime ore ad Ankara, la geografia dell’impegno finanziario all’interno dell’Alleanza Atlantica vede i Paesi del blocco dell’Est (più esposti alla minaccia russa) saldamente in testa, mentre le grandi economie europee arrancano nella fascia medio-bassa.
1. I Primi della Classe (Vicini al nuovo target core del 3,5%)
Sono i Paesi che hanno già superato la soglia critica e registrano lo sforzo economico maggiore in rapporto alla propria ricchezza nazionale:
- Polonia: 4,7% (Leader assoluta della classifica).
- Estonia / Stati Uniti: 3,4%
- Lettonia: 3,2%
- Grecia / Lituania: 3,1%
2. La Fascia Intermedia (Sopra il vecchio target ma lontani dal 5%)
Paesi che hanno avviato piani di ammodernamento strutturali ma mantengono una postura intermedia:
- Finlandia: 2,5%
- Danimarca: 2,4%
- Regno Unito / Romania / Svezia: 2,3%
- Norvegia / Ungheria: 2,2%
- Germania / Francia / Repubblica Ceca: 2,1%
3. Il Fanalino di Coda (Fermi al vecchio target del 2%)
Un fitto gruppo di nazioni che ha raggiunto il target minimo del 2% solo di recente, spinti dall’escalation del conflitto in Ucraina e dal cosiddetto “Fattore Trump”:
- I Paesi al 2%: Italia, Belgio, Canada, Paesi Bassi, Portogallo, Croazia, Slovacchia, Slovenia, Turchia, Lussemburgo, Albania, Bulgaria.
- Il caso Spagna: Madrid si attesta al 2,1% ma ha strappato una formulazione diplomatica ad hoc, rifiutando la scalata verso il 5% purché vengano rispettati gli obiettivi di capacità militare assegnati dai comandi NATO.
Il “Fattore Trump” e la mossa contabile dell’Italia
Alla conferenza stampa di vigilia ad Ankara, il Segretario Generale Mark Rutte ha citato esplicitamente Roma e gli altri alleati in ritardo:
Mark Rutte: «Se guardiamo all’anno scorso, Italia, Spagna, Belgio e Canada hanno tutti raggiunto il 2%. Certo, è stato per via della situazione in Ucraina, ma forse c’era anche una piccola parte del “fattore Trump”, e io lo lodo per questo».
Tuttavia, le nuove stime destinate a essere pubblicate modificheranno parzialmente la posizione italiana. La premier Giorgia Meloni si presenterà al tavolo dei 32 Grandi rivendicando una spesa totale del 2,8% del PIL (un balzo in avanti dello 0,71%).
Un risultato ottenuto integrando nel computo della Difesa le spese per la sicurezza interna sul territorio nazionale, sfruttando la quota dell’1,5% concessa dal nuovo regolamento dell’Aja per le attività non strettamente militari. Resta da capire se questa “geometria variabile” basterà a placare le pretese della Casa Bianca.