Con 99 voti contrari e 68 favorevoli, Palazzo Madama ha respinto il subemendamento unitario presentato dalle opposizioni (PD, AVS, M5S e Italia Viva) per l’introduzione delle preferenze nella nuova legge elettorale. Fratelli d’Italia, pur storicamente favorevole al sistema delle preferenze, ha votato in modo compatto insieme a Lega e Forza Italia per respingere la proposta dell’opposizione e preservare la tenuta dell’accordo di coalizione.
Lo scontro in Aula e la stoccata di Renzi
La votazione ha innescato un acceso dibattito tra i banchi di Palazzo Madama. Il capogruppo di FdI al Senato, Lucio Malan, ha difeso la scelta del partito parlando di una proposta «strumentale» avanzata dalle minoranze con il solo obiettivo di spaccare la maggioranza di centrodestra: «Tra l’emendamento del PD e il rispetto degli accordi interni che permetteranno la reintroduzione delle preferenze, noi non abbiamo dubbi e votiamo contro».
Dai banchi dell’opposizione sono giunte dure repliche. Dario Parrini (PD) ha definito il voto la «prova della verità» per Fratelli d’Italia, mentre Stefano Graziano (PD) ha accusato la premier Giorgia Meloni di aver ceduto sulla coerenza «per paura della fine del governo».
Il momento di maggiore tensione si è registrato durante l’intervento di Matteo Renzi: il leader di Italia Viva ha letto in Aula un vecchio discorso pronunciato da Giorgia Meloni nel marzo 2024 a favore del diritto dei cittadini di scegliere i propri rappresentanti, invitando i senatori della maggioranza a «vergognarsi» per il cambio di rotta. In Transatlantico, Renzi ha poi ipotizzato il rischio di franchi tiratori nel successivo passaggio della legge alla Camera, sostenendo che l’introduzione delle preferenze scontenterebbe molti parlamentari di maggioranza oggi blindati nei listini.
Intesa sulla norma “anti-cespugli”
Sul fronte interno alla coalizione di governo giungono tuttavia segnali di mediazione sul nodo delle liste minori. La ministra per le Riforme, Elisabetta Casellati, ha espresso parere favorevole con riformulazione a un emendamento a firma di Antonella Zedda (FdI) che punta ad azzerare la soglia del 3% sotto la quale i voti non vengono conteggiati ai fini del premio di maggioranza.
Un emendamento presentato da Fratelli d’Italia a prima firma Antonella Zedda, riformulato dal governo e incassando il parere favorevole della ministra per le Riforme Elisabetta Casellati, ridisegna i paletti per la partecipazione alle consultazioni politiche e per il calcolo del premio di maggioranza.
La novità principale è la totale cancellazione della norma “anti-cespugli”: viene infatti eliminata qualsiasi soglia minima (fissata all’1% dal Rosatellum e innalzata al 3% nel testo licenziato dalla Camera). Di conseguenza, tutti i voti ottenuti da liste collegate a una coalizione saranno conteggiati su scala nazionale ai fini del raggiungimento della soglia del 42% necessaria per far scattare il premio di maggioranza, a prescindere dalla percentuale incassata.
Stretta sulla presentazione delle liste: fino a 10mila firme
Per evitare la proliferazione di micro-liste o “liste civetta” attirate dall’assenza di sbarramento, il provvedimento introduce una netta stretta sui requisiti per la candidatura:
- Partiti extraparlamentari: Le forze politiche che non siedono in Parlamento dovranno raccogliere da un minimo di 9mila a un massimo di 10mila firme per poter depositare i propri elenchi.
- Partiti con rappresentanza in un solo ramo: Per le formazioni presenti come gruppo o componente Misto in una sola Camera al momento dei comizi (come Più Europa o Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, presenti solo a Montecitorio), le sottoscrizioni richieste variano da 1.500 a 2.000.
- Partiti strutturati: Resta confermata l’esenzione totale dall’obbligo di firma per le forze costituite in gruppo in entrambe le Camere all’inizio della legislatura o presenti in Parlamento entro il 31 dicembre 2025 (come Azione e Italia Viva).
Obbligo di presenza nei collegi
A completare il quadro delle restrizioni si aggiunge la norma sulla copertura territoriale: le liste saranno obbligate a presentare i propri candidati in almeno la metà dei collegi plurinominali della circoscrizione (rispetto al terzo previsto in precedenza), pena l’esclusione diretta dalla competizione elettorale.
“Le preferenze, nel voto per il Parlamento, mancavano dal 1993, cioè da quasi 35 anni. Oggi tornano perché il centrodestra ha scelto di reintrodurle, su proposta di Fratelli d’Italia”. Lo scrive Giorgia Meloni sui social. “Alla sinistra, che oggi sostiene che non basta, devo ricordare che non è credibile, su questo tema, chi non le ha mai volute in questi 35 anni e ha votato per bocciarle anche un mese fa. Quindi la differenza non è tra chi vuole più preferenze e chi ne vuole meno. È tra chi le ha rimesse nella legge e chi no”.