Si infiamma lo scontro parlamentare sulla riforma della legge elettorale (il cosiddetto Bignami-bis). Nonostante la maggioranza avesse previsto una maratona di votazioni a oltranza in commissione Affari Costituzionali della Camera anche per tutto il weekend, i lavori si sono bruscamente interrotti prima del previsto. A imporre lo stop è stata la concomitanza con la fiducia posta dal governo sul Piano Casa, che congela l’attività delle commissioni a vari livelli e fa slittare l’esame della legge elettorale a lunedì o martedì.
Nel frattempo, le opposizioni hanno incassato un’apertura di metodo: il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, ha annunciato che all’inizio della prossima settimana convocherà la conferenza dei capigruppo per valutare la richiesta della minoranza di far slittare l’approdo del testo in Aula, garantendo tempi più congrui per l’analisi.
Il fronte del “No” da Bologna: «Modificare così le regole è un’oscenità»
Il rinvio tecnico non ha mitigato la tensione politica. Dal palco della festa Fiom a Bologna, dove si sono ritrovati poche ore fa, Elly Schlein e Giuseppe Conte hanno lanciato un durissimo avvertimento bipartisan al governo, promettendo barricate:
Elly Schlein: «Questa legge è del tutto irricevibile. Non faremo muro solo sui contenuti del testo, ma anche su un metodo che riteniamo fatto di forzature insopportabili».
Giuseppe Conte: «La nostra sarà un’opposizione durissima, senza sconti. Cambiare in questo modo le regole del gioco a colpi di maggioranza è una vera e propria oscenità».
L’emendamento della discordia: l’indicazione del Premier e il nodo simboli
A far esplodere la polemica nelle ultime ore è stata l’approvazione di un emendamento della maggioranza che interviene sull’obbligo, per le coalizioni, di indicare il nome del candidato premier al momento del deposito dei programmi. Per superare i dubbi di costituzionalità, il centrodestra ha inserito una clausola che fa espressamente «salve le prerogative del Presidente della Repubblica». Una mossa che non ha convinto le opposizioni, le quali denunciano un “premierato mascherato” volto ad aggirare la Carta.
La norma rischia inoltre di innescare un cortocircuito grafico e politico all’interno della stessa maggioranza, come fatto notare dal deputato dem Federico Fornaro:
A difesa del provvedimento è scesa in campo la ministra per le Riforme Maria Elisabetta Alberti Casellati, spalleggiata dal vicesegretario di Forza Italia Stefano Benigni, il quale ha rimarcato come «le prerogative del Capo dello Stato restino del tutto immutate. L’indicazione obbligatoria serve solo a rendere trasparenti e conoscibili a priori le intenzioni delle coalizioni per gli elettori».
Nodi irrisolti: la trattativa sulle preferenze e i capilista bloccati
Finora la commissione presieduta da Nazario Pagano ha dato il via libera solo a tre emendamenti (quello sul Quirinale, uno sulle minoranze in Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta e uno sulle liste circoscrizionali).
Restano invece congelate e accantonate circa trenta proposte emendative cruciali, per le quali si attende ancora il parere tecnico del governo e dei relatori. I temi sul tavolo sono politicamente caldissimi:
- Il voto dei fuori sede e l’utilizzo delle firme digitali per la presentazione delle liste.
- Il sistema delle preferenze: Fratelli d’Italia sta spingendo per la loro introduzione, scontrandosi con la netta contrarietà degli alleati di governo (Lega e Forza Italia). Per sbloccare lo stallo, i pontieri del partito di Giorgia Meloni starebbero studiando un compromesso basato sulla formula del capolista bloccato abbinato alle preferenze per i candidati successivi.