La corsa per l’approvazione del nuovo sistema elettorale – battezzato “Stabilicum” dalla maggioranza e “Melonellum” dalle opposizioni – si apre alla Camera in un clima di massima tensione politica. Se l’input dei piani alti di Palazzo Chigi è quello di far correre il testo “come un treno”, l’avvio della discussione generale a Montecitorio si è trasformato in uno psicodramma: banchi semideserti, la Lega che diserta in blocco l’incardinamento e scintille incendiarie sfociate nell’espulsione dall’Aula del segretario di +Europa, Riccardo Magi.
Dietro la facciata, la maggioranza ha esattamente dieci giorni per risolvere un rebus che rischia di spaccare la coalizione: l’introduzione delle preferenze.
Il braccio di ferro interno: l’ipotesi del “modello Belgio”
La Premier Giorgia Meloni vuole scardinare il sistema dei nominati inserendo le preferenze nella nuova legge; un’opzione che vede il favore di Noi Moderati (NM) ma l’ostilità netta di Lega e Forza Italia, arroccate sulla difesa delle liste bloccate. “Se saltano le liste bloccate, salta tutto”, è il pesante avvertimento che filtra dai corridoi degli alleati.
Per evitare il muro contro muro in vista del voto sugli emendamenti (al via da martedì 7 luglio), Fratelli d’Italia sta tentando la via del compromesso tecnico:
IL REBUS DEL COMPROMESSO ELETTORALE
├── L'OBIETTIVO FdI ──► Presentare un emendamento unitario di centrodestra entro il termine del 6 luglio.
├── IL CANCELLATO ──► Stop alle liste interamente bloccate (bocciate dalla linea Meloni).
└── IL MODELLO BETA ──► "Liste semi-aperte" (stile Belgio): l'elettore può scegliere se votare il candidato
singolo o convalidare l'ordine di listino prestabilito dal partito.
“Aspettiamo. Come si dice: prima vedere cammello”, taglia corto la ministra per le Riforme istituzionali, Elisabetta Casellati, mentre il capogruppo di FdI Galeazzo Bignami getta ottimismo: «Ci sono le condizioni per un’approvazione rapida e senza porre la fiducia». Dietro la fretta di chiudere la pratica si rincorre una suggestione strategica di Palazzo Chigi: accelerare i tempi per anticipare le elezioni politiche alla primavera del 2027, subito dopo l’11 aprile (data in cui i parlamentari matureranno i requisiti per il vitalizio).
Scintille in Aula: Magi espulso, le opposizioni gridano all’incostituzionalità
La seduta del venerdì a Montecitorio ha offerto un assaggio del Vietnam parlamentare che attende il provvedimento. L’Aula, complice il fine settimana, si è presentata semideserta. Balzata agli occhi l’assenza totale dei deputati della Lega, un segnale politico ufficiosamente stigmatizzato dagli alleati ma minimizzato da Casellati («Era un dibattito più per l’opposizione»).
Il momento di massima tensione si è registrato quando la presidente di turno, Anna Ascani (PD), ha decretato l’espulsione di Riccardo Magi. Il segretario di +Europa ha esposto un enorme facsimile di scheda elettorale con la scritta ‘Il tuo voto non conta’.
Riccardo Magi (+Europa): «I cittadini si troveranno davanti l’ennesimo elenco di nomi bloccati calati dall’alto, che dovranno semplicemente ingoiare e ingurgitare, senza alcuna reale possibilità di scelta».
Dure le reazioni del resto delle minoranze. Roberto Giachetti (Italia Viva) accusa il ddl di allontanare ulteriormente le persone dalle urne, Gianni Cuperlo (PD) denuncia la sfacciata “incostituzionalità” del testo, mentre Filippo Scerra (M5S) lancia l’affondo: «Meloni e soci vogliono cambiare le regole del gioco a partita in corso perché terrorizzati dalla vittoria del campo progressista».
Lo scontro sulle firme: Vannacci attacca, Calenda risponde duramente
A infiammare la giornata è anche una spaccatura sul fronte delle deroghe per l’esenzione dalla raccolta firme necessaria a presentarsi alle elezioni. Il generale Roberto Vannacci (Futuro Nazionale) ha accusato Fratelli d’Italia di aver rimodellato un emendamento di Azione per favorire il partito del «pariolino radical chic Calenda».
La replica del leader di Azione, Carlo Calenda, è arrivata via social con inusitata violenza verbale:
Carlo Calenda: «Vannacci è solo un baciapiedi dei russi. Quell’esonero tecnico a cui fa riferimento, in realtà, per l’attuale formulazione della legge elettorale finisce per valere anche per il suo amico Renzi».
Sul punto sono intervenute fonti di Italia Viva per fare chiarezza tecnica: «Il partito di Matteo Renzi, essendo già presente in entrambi i rami del Parlamento come gruppo autonomo, non ha alcun bisogno di deroghe. Con la formulazione attuale, la deroga per le firme viene concessa esclusivamente ad Alleanza Verdi e Sinistra (AVS) e ad Azione».