OBIANG (DA 46 ANNI AL POTERE) IN PRIMA FILA ALLA MESSA A MONGOMO
Una giornata storica e carica di tensioni simboliche per il viaggio di Papa Leone XIV in Africa. Per la prima volta nel suo Pontificato, il Papa ha varcato la soglia di un carcere, scegliendo il penitenziario di Bata, sulla costa della Guinea Equatoriale. Un’istituzione tristemente nota alle organizzazioni umanitarie, a partire da Amnesty International, per le dure condizioni detentive, l’isolamento dei carcerati e i soprusi. Nonostante il carcere si fosse presentato “lindo e con le pareti intonacate” per l’occasione, e il Ministro della Giustizia lo avesse descritto come un “modello di diritti umani”, il Pontefice non ha fatto sconti, lanciando un potente appello all’umanità e alla riconciliazione davanti alle autorità del regime.
Accolto nel cortile dai giovani detenuti in divisa arancione o verde oliva, che hanno cantato e ballato davanti a lui, Leone XIV ha pronunciato parole inequivocabili di fronte al Ministro della Giustizia, Reginaldo Biyogo Mba Ndong: “L’amministrazione della giustizia ha lo scopo di proteggere la società, ma per essere efficace deve sempre investire sulla dignità e sulle potenzialità di ogni persona”. Il Papa ha chiesto “rispetto per la dignità di tutti” e “umanità”.
Una vera giustizia non deve limitarsi a “punire”, ma deve “aiutare a ricostruire la vita sia delle vittime, sia dei colpevoli, sia delle comunità ferite dal male. Non c’è giustizia senza riconciliazione”. La sicurezza deve essere coniugata a “rispetto e umanità”.
L’emozione dei detenuti, che hanno intonato il ritornello “scontiamo la nostra condanna sapendo che otterremo il perdono”, si è trasformata in un grido disperato non appena il Papa ha lasciato l’edificio sotto un diluvio torrenziale. Sciogliendo le righe, i carcerati hanno urlato a gran voce: “Libertà, libertà!”.
Poche ore prima, a Mongomo, nella basilica che ricorda San Pietro a Roma, il Papa aveva celebrato la messa davanti al Presidente Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, saldamente al potere da 46 anni (un record mondiale) dopo un colpo di stato contro lo zio. In prima fila c’erano anche il figlio e Vicepresidente Teodirin (condannato per riciclaggio in Francia) e altri membri della famiglia che governa il Paese. Nonostante l’accoglienza fuori protocollo di Obiang sulla porta della basilica, Leone XIV non ha risparmiato critiche alla gestione delle risorse del Paese, ricco di petrolio ma segnato da profonde ingiustizie sociali: “Tante sono le ricchezze naturali di cui il Creatore vi ha dotato: vi esorto a cooperare affinché possano essere una benedizione per tutti. Ciascuno, secondo le diverse responsabilità, opera al servizio del bene comune e non degli interessi particolari, superando le inique disuguaglianze tra privilegiati e svantaggiati”.
Il viaggio di Leone XIV in Guinea Equatoriale è un atto di diplomazia della dignità. Entrando in un carcere simbolo di oppressione e parlando di riconciliazione e distribuzione equa delle risorse davanti a un dittatore da quasi mezzo secolo al potere, il Papa ha acceso i riflettori sui diritti umani in un angolo dimenticato dell’Equatore. Il grido di “libertà” dei detenuti di Bata, scoppiato non appena il Pontefice si è allontanato, rimane l’immagine più potente di una visita che ha sfidato, con la forza della parola evangelica, l’ipocrisia di un regime che ha cercato invano di mostrare il suo volto migliore.