L’appello lanciato in extremis da Giorgia Meloni ai partner di coalizione («Mettete la faccia sullo scrutinio») è caduto nel vuoto, lasciando spazio a veleni, sospetti e a una delle spaccature più profonde nel centrodestra dall’inizio della legislatura.
La bocciatura per un solo voto (188 contrari contro 187 favorevoli) dell’emendamento Bignami sulle preferenze a scrutinio segreto ha innescato una resa dei conti immediata all’interno della maggioranza. Se le opposizioni fanno festa in Transatlantico parlando di “governo battuto”, la premier non nasconde la sua amarezza e sbotta sui social, mentre i leader alleati cercano di derubricare l’incidente a una mera dinamica parlamentare.
Lo sfogo di Giorgia Meloni: “Ha vinto la palude”
La presidente del Consiglio, assente all’aula di Montecitorio poiché impegnata in una missione istituzionale, ha affidato a un post al vetriolo tutta la sua rabbia per l’occasione sfumata:
Giorgia Meloni: «Ci abbiamo provato. Ha vinto di nuovo la palude, abbiamo provato a reintrodurre le preferenze nella legge elettorale dopo più di 30 anni di liste bloccate. Abbiamo chiesto che si votasse con voto palese e che ognuno mettesse la faccia sul suo voto, ma le opposizioni hanno voluto il voto segreto. Il risultato dice che la sinistra e le opposizioni hanno votato compattamente contro. Ma anche nella maggioranza sono mancati diversi voti, e su questo serve una riflessione. L’emendamento è stato respinto per un solo voto. Un’occasione persa per gli italiani, ma era giusto provarci».
La premier punta il dito contro i franchi tiratori della sua stessa maggioranza. Nei calcoli degli sherpa di Fratelli d’Italia (che si è presentata compatta con zero assenti non giustificati e solo 5 deputati in missione autorizzata), i franchi tiratori nel centrodestra sarebbero stati tra i 31 e i 40.
Veleni e accuse incrociate nel Transatlantico
La caccia al “traditore” è partita immediatamente nei corridoi di Montecitorio, dividendo i tre principali azionisti della maggioranza e accendendo la miccia dello scontro verbale.
IL GIOCO DELLE ACCUSE NEL CENTRODESTRA
├── I MELONIANI: Accusano Lega e Forza Italia di aver silurato la norma per paura della competizione territoriale.
├── FORZA ITALIA & LEGA: Respingono le accuse. Ricordano che "gladiatori e aut-aut" hanno avvelenato i pozzi.
└── FUTURO NAZIONALE (Vannacci): Accusa FI e Lega di doppio gioco. Gli alleati replicano: "Vediamo se loro hanno votato sì...".
- L’affondo di Futuro Nazionale: Edoardo Ziello, luogotenente di Roberto Vannacci, ha puntato il dito contro Forza Italia e Lega alla buvette: «Probabilmente ad affossare le preferenze sono stati proprio quelli che nelle settimane passate avevano espresso perplessità».
- Il contrattacco della Lega: Il capogruppo leghista Riccardo Molinari ha respinto le accuse, sostenendo che tra le file del Carroccio si contavano solo 4 assenti e 4 in missione: «I franchi tiratori sono stati circa 31, nessuno dei nostri. Su Vannacci? Bisogna sempre vedere se FN ha effettivamente votato come ha dichiarato…», ha commentato ironico. Per tutta risposta, i deputati vannacciani hanno fatto circolare un video registrato in tempo reale per dimostrare la fedeltà del loro voto favorevole.
- La difesa di Noi Moderati: Maurizio Lupi ha rivendicato la totale compattezza dei suoi (8 presenti e 8 favorevoli) ma ha avvertito: «Non nascondiamoci dietro un dito: ogni volta che una maggioranza va sotto su un provvedimento simile, ciò assume un significato politico rilevante».
Il commento di Giorgia Meloni – “Ci abbiamo provato. Ha vinto di nuovo la palude” – svela il tentativo immediato di arginare il danno d’immagine di una “giornata nera” a Montecitorio. La premier prova a ribaltare la narrazione, presentandosi come l’unica paladina della coerenza e del potere di scelta da restituire ai cittadini contro il “muro” delle opposizioni.
Tuttavia, la vera spina nel fianco per Palazzo Chigi non risiede tra i banchi della minoranza, ma proprio all’interno del perimetro della maggioranza, dove il voto segreto ha fatto emergere tra i 31 e i 40 “franchi tiratori” tra le file di Lega e Forza Italia.
Il nodo politico: l’ombra del “tirare a campare”
L’ammissione della premier – «Nella maggioranza sono mancati diversi voti, e su questo serve una riflessione» – apre uno scenario di forte instabilità. Dietro le quinte del Transatlantico, le parole pronunciate da Meloni nei giorni scorsi assumono ora un peso specifico enorme:
Giorgia Meloni agli alleati: «Non intendo tirare a campare».
Tajani getta acqua sul fuoco, La Russa indica lo “scudo” del Senato
Mentre il campo largo esulta a Piazza Montecitorio chiedendo le dimissioni del governo, l’ala moderata del centrodestra si muove rapidamente per disinnescare la crisi politica.
Il vicepremier e leader di Forza Italia, Antonio Tajani, intercettato a Palazzo Farnese durante i festeggiamenti del 14 luglio, ha minimizzato l’accaduto blindando l’esecutivo:
Antonio Tajani: «Non è a rischio la maggioranza, le preferenze sono un dettaglio della legge elettorale. La loro bocciatura non ha alcuna conseguenza sulla stabilità del governo. Si va avanti».
A riaprire lo spiraglio per il ritorno delle preferenze ci ha pensato invece il Presidente del Senato, Ignazio La Russa, che ha individuato una scappatoia regolamentare nel bicameralismo:
La strategia di La Russa per salvare la riforma
«Alla luce del voto sulle preferenze, esiste la concreta possibilità di modificare, anche chirurgicamente, quanto votato alla Camera una volta che il testo arriverà al Senato. Ovviamente questo richiederà un voto favorevole che, per via del regolamento di Palazzo Madama, non consente sul punto il voto segreto. Questo renderà palesi e tracciabili gli intenti di ciascun senatore».
La partita politica, dunque, non è affatto chiusa. Se a Montecitorio la maggioranza ha mostrato crepe vistose sotto la pressione del voto segreto, a Palazzo Madama i franchi tiratori non avranno lo scudo dell’anonimato per affondare i desiderata di Palazzo Chigi.