A sole 24 ore dall’ultimatum di Donald Trump sul dossier nucleare, il Medio Oriente precipita verso il baratro di una guerra totale. In risposta all’estensione dell’offensiva di terra di Israele in Libano e alla minaccia di colpire la capitale Beirut, l’Iran ha congelato unilateralmente ogni canale diplomatico con gli Stati Uniti e ha ordinato, insieme alle forze del cosiddetto “Asse della Resistenza”, il blocco navale totale dei due snodi marittimi più strategici del pianeta: lo Stretto di Hormuz e lo Stretto di Bab al-Mandeb.
Lo strappo di Teheran: stop ai colloqui con gli USA e ritorsione nei mari
La notizia del collasso diplomatico è stata battuta dall’agenzia di stampa semi-ufficiale iraniana Tasnim, vicina ai Pasdaran, e confermata dai network internazionali:
Agenzia Tasnim: «Il team negoziale di Teheran ha interrotto lo scambio di messaggi con gli Stati Uniti tramite i mediatori a causa degli attacchi in Libano. Non si terranno ulteriori colloqui finché non saranno soddisfatte le richieste dell’Iran e di Hezbollah di cessare immediatamente le attività brutali di Israele a Gaza e in Libano, con il ritiro completo delle forze sioniste dai territori occupati».
Pochi minuti dopo lo strappo politico, l’Iran ha fatto scattare la contromisura militare più temuta dai mercati globali. Il “fronte della resistenza” ha decretato la chiusura totale non solo dello Stretto di Hormuz (già pesantemente limitato), ma anche di Bab al-Mandeb, il corridoio che unisce il Mar Rosso al Golfo di Aden, strozzando di fatto le rotte petrolifere e commerciali tra Oriente e Occidente.
Raid USA sulle isole iraniane e l’ira di Qalibaf
A incendiare ulteriormente gli animi si è aggiunto un durissimo scontro diretto tra Washington e Teheran. Il Comando Centrale americano (Centcom) ha annunciato di aver bombardato postazioni radar e centri di controllo droni su due isole iraniane nel Golfo, giustificando l’azione come rappresaglia per l’abbattimento di un drone statunitense MQ-1 Reaper in acque internazionali.
Il capo negoziatore e presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Qalibaf, ha condannato i raid denunciando la complicità americana nei piani israeliani:
Mohammad Bagher Qalibaf: «Il blocco navale e l’escalation dei crimini di guerra in Libano da parte del regime sionista costituiscono una prova evidente della mancata adesione degli Stati Uniti al cessate-il-fuoco. Ogni scelta ha un prezzo e quando arriverà il momento di pagare, il conto sarà saldato per intero».
Nel frattempo, il portavoce degli Esteri Esmail Baghaei ha avvertito che Teheran «non esiterà ad agire in qualsiasi modo per aiutare la resistenza libanese».
Netanyahu non si ferma. L’Egitto accusa: «Vogliono imporre una nuova realtà»
Nonostante il pressing internazionale e il formale appello dell’Unione Europea, che ha intimato a Israele di «porre fine all’escalation militare e rispettare la sovranità territoriale del Libano», il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha confermato che l’esercito non si fermerà davanti a nessun confine politico.
Benjamin Netanyahu: «Non ci sarà una situazione in cui Hezbollah attacca le nostre città e i nostri cittadini mentre i quartier generali del terrorismo a Dahiye (periferia sud di Beirut) restano fuori portata. Noi andiamo avanti».
La mossa israeliana di spingersi oltre il fiume Litani ha suscitato la durissima reazione dell’Egitto. Il ministero degli Esteri del Cairo ha accusato apertamente lo Stato ebraico di violare il diritto internazionale e la storica risoluzione ONU 1701:
- L’accusa del Cairo: «Gli ultimi attacchi rivelano l’intenzione premeditata di Israele di imporre una nuova realtà militare sul terreno. Questa escalation porterà solo a ulteriore caos e instabilità regionale, vanificando gli sforzi diplomatici».
- La sovranità libanese: L’Egitto ha ribadito che le Forze armate libanesi regolari sono «l’unica istituzione legittima che deve esercitare la sovranità esclusiva su tutto il territorio del Paese», chiedendo un intervento urgente e decisivo del Consiglio di Sicurezza dell’Onu.