“Voglio una resa incondizionata”. Con queste parole, Donald Trump chiude la prima settimana di conflitto, delineando un futuro per l’Iran che non prevede accordi col regime attuale, ma un cambio di rotta radicale. Mentre la diplomazia arranca, la capitale iraniana vive quella che i testimoni definiscono “la notte peggiore”, sotto un’offensiva aerea senza precedenti.
In un’intervista alla CNN e attraverso i suoi canali social, il Tycoon ha lanciato lo slogan “Make Iran Great Again!”, spiegando la sua visione per il Paese: ricostruzione economica totale e una nuova leadership “equa e giusta” che tratti bene USA e Israele.
Trump ha citato esplicitamente il “modello Venezuela”, riferendosi alla transizione guidata da Delcy Rodriguez dopo l’era Maduro, ipotizzando che il nuovo leader iraniano possa essere anche una figura religiosa, purché non ostile. Già bocciata, invece, la successione di Mojtaba Khamenei, figlio della Guida Suprema uccisa nei raid.
Sul campo, la cronaca è di guerra totale:
- Teheran: Esplosioni costanti e case tremanti per minuti. I residenti descrivono un sibilo continuo simile al “ruggito di un drago”.
- Beirut: L’esercito israeliano (IDF) ha ordinato un’evacuazione senza precedenti della periferia sud, roccaforte di Hezbollah, seguita da raid massicci.
- Caschi Blu colpiti: In Libano, nel fuoco incrociato, è stata centrata una postazione Unifil: feriti diversi peacekeeper ghanesi.
I Pasdaran iraniani hanno risposto colpendo i target americani nel Golfo. Droni sono stati lanciati contro la base di Ali al Salem in Kuwait, dove sono dislocati anche militari e caccia italiani (al momento non si registrano feriti tra i nostri connazionali). Sotto attacco anche terminal merci a Bassora e giacimenti petroliferi gestiti dalla britannica BP.
L’intelligence russa, secondo il Washington Post, starebbe fornendo i dati necessari all’Iran per colpire con precisione le forze occidentali. La tensione sale anche sul fronte terrestre: il Pentagono ha annullato un’esercitazione dei paracadutisti d’élite, alimentando il sospetto di un imminente dispiegamento di truppe di terra statunitensi in Medio Oriente.
Nonostante il presidente Masoud Pezeshkian abbia evocato sforzi di mediazione da parte di alcuni Paesi terzi, la posizione iraniana resta ferma: “La diplomazia deve rivolgersi a chi ha innescato il conflitto”. Una chiusura che, unita all’intransigenza di Washington, lascia presagire una nuova escalation nelle prossime ore.