Il Segretario di Stato Marco Rubio e l’inviato Steve Witkoff hanno incontrato a Miami il premier del Qatar per finalizzare un memorandum di 14 punti che ponga fine alle ostilità con l’Iran. Mentre Trump si mostra fiducioso (e rilassato sui campi da golf), il Pakistan si è aggiunto come mediatore “imparziale” per garantire una pace duratura in Medio Oriente. Si attende ora solo il “sì” definitivo di Teheran.
La diplomazia internazionale si è spostata in Florida per quello che potrebbe essere il “giro di boa” decisivo nel conflitto tra Stati Uniti e Iran. Mentre il Presidente Trump trascorreva la giornata sui campi da golf della Virginia, il suo team operativo lavorava a Miami per chiudere un accordo che appare ormai imminente, ma ancora estremamente fragile.
Ecco i punti cardine della giornata diplomatica. Il Segretario di Stato Marco Rubio e l’inviato speciale Steve Witkoff hanno incontrato lo sceicco Mohammed bin Abdulrahman al-Thani, premier del Qatar. L’obiettivo è la finalizzazione di un documento storico: si tratta di un memorandum di una sola pagina articolato in 14 punti.
Lo scopo: porre fine alle ostilità immediate e stabilire un quadro normativo per avviare trattative tecniche più dettagliate nei mesi a venire. Rubio ha confermato l’incontro, elogiando il Qatar come partner strategico non solo per la mediazione con Teheran, ma anche per la stabilità complessiva del Medio Oriente e la difesa reciproca.
Non c’è solo Doha al tavolo delle trattative. Nelle ultime ore è emerso con forza il ruolo di Islamabad: Il capo di Stato maggiore dell’esercito pakistano ha annunciato che il Pakistan sta conducendo una “mediazione imparziale” tra Washington e Teheran.
L’Obiettivo di Islamabad: garantire il successo dei colloqui per evitare che l’instabilità regionale travolga i confini pakistani, agendo come “garante” militare per la tenuta degli impegni iraniani.
Nonostante l’ultimatum lanciato nei giorni scorsi, Donald Trump sembra voler proiettare un’immagine di calma e controllo, alternando relax a messaggi politici taglienti. Il tycoon ha passato il sabato al suo club di Sterling, in Virginia, mostrandosi rilassato mentre il suo staff gestiva i dossier caldi a Miami.
Tra una foto del green e una del restauro del Lincoln Memorial, Trump ha ribadito che si aspetta notizie da Teheran “molto presto”, ma ha anche occupato il feed con attacchi feroci all’ex direttore dell’FBI James Comey (atteso a processo il 15 luglio).
L’apparente distacco di Trump viene letto da alcuni analisti come una tattica di pressione: mostrare all’Iran che Washington non ha “fretta disperata”, nonostante la tregua a Hormuz resti appesa a un filo.
Sebbene il Dipartimento di Stato non menzioni esplicitamente la parola “guerra” nei comunicati ufficiali, preferendo parlare di “minacce alla stabilità”, l’urgenza di chiudere il memorandum di 14 punti è dettata dal rischio di una ripresa dei raid se la lettera di Teheran non dovesse arrivare entro le prossime 24-48 ore.
L’accordo sembra a portata di mano, ma come ha ricordato il portavoce di Putin, Peskov, “gli americani hanno fretta, ma i dettagli richiedono tempo”.