Il presidente americano proclama su Truth un’intesa storica mediata dal “Board of Peace”. Il gruppo islamista conferma le concessioni e la seconda fase della tregua, ma pone condizioni rigide: “Nessuna resa, lo stoccaggio delle armi sarà graduale e subordinato al ritiro completo delle truppe di Tel Aviv”. Nessuna replica ufficiale per ora da Israele.
Una svolta potenziale ma densa di incognite per la sorte del Medio Oriente. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha annunciato il raggiungimento di un accordo attraverso il Board of Peace – l’organismo multilaterale sostenuto da Washington con la mediazione di Egitto, Qatar e Turchia – per il disarmo completo di Hamas e dei gruppi armati all’interno della Striscia di Gaza, a cui dovrebbe seguire il ritiro definitivo delle forze armate israeliane dal territorio palestinese.
L’annuncio segna una forte accelerazione sulla seconda fase del piano di pace avviato dopo la fragile tregua dell’ottobre 2025. Se il quadro tracciato dagli Stati Uniti parla di un azzeramento della capacità offensiva delle milizie, la replica e i distinguo arrivati da Gaza mostrano una realtà complessa e visioni distanti sui tempi e sulle modalità operative di attuazione.
Lo schema dell’intesa: dalla forza internazionale alla nuova polizia
Secondo quanto reso noto dal presidente americano e confermato dai mediatori, il piano per la ricostruzione e la messa in sicurezza dell’enclave si articola su direttrici precise:
- Smilitarizzazione progressiva: Hamas e le altre fazioni armate dovranno procedere allo smantellamento delle proprie strutture e alla consegna delle armi pesanti.
- Transizione del controllo: L’area lasciata scoperte dai miliziani passerà sotto la gestione della Forza Internazionale di Stabilizzazione e di una nuova forza di polizia locale palestinese, guidate dal Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza (NCAG).
- Ritiro dell’IDF: Le truppe israeliane lasceranno progressivamente la Striscia di Gaza con il procedere della smilitarizzazione.
La versione di Hamas: “Nessun disarmo prima del ritiro israeliano”
I dirigenti del movimento islamista hanno confermato di aver siglato l’intesa sulla seconda fase per “salvare la popolazione da uccisioni e sfollamenti”, ma hanno categoricamente smentito l’ipotesi di una resa immediata o di una consegna diretta degli arsenali a Tel Aviv.
In un’intervista ad Al Jazeera, Ghazi Hamad, membro del team negoziale di Hamas, ha chiarito i paletti del gruppo:
“Le armi pesanti saranno immagazzinate e tenute sotto il controllo di un’amministrazione palestinese e non potranno essere trasferite in Israele. Non intraprenderemo alcuna azione in merito al disarmo prima del reale e completo ritiro di Israele dalla Striscia. Se Israele non rispetterà i suoi obblighi, non lo faremo neanche noi.”
Hamad ha aggiunto che serviranno almeno due settimane di ulteriori colloqui e trattative al Cairo con i paesi mediatori per stabilire la cronotabella e i meccanismi di verifica dell’intesa.
Le incognite sul terreno e il silenzio di Tel Aviv
Mentre il Cairo si appresta a ospitare a breve un nuovo vertice negoziale decisivo tra USA, Qatar, Turchia ed Egitto, da Israele non sono ancora giunte reazioni o conferme ufficiali. Negli ambienti della difesa di Tel Aviv permane forte lo scetticismo sui rischi che Hamas possa utilizzare la fase di transizione per nascondere parte dei propri depositi e della rete di tunnel sotterranei.
L’Alto Rappresentante del Board of Peace per Gaza, Nikolay Mladenov, ha sottolineato come la vera sfida sia legata alle garanzie pratiche: “L’attuazione e la verifica devono essere concrete. Il ritiro e il disarmo devono procedere di pari passo”. Nel frattempo, sul terreno la tregua resta drammaticamente precaria, segnata da continui raid aerei israeliani che controllano ancora oltre il 60% del territorio e da un bilancio che conta più di 1.200 vittime palestinesi dall’inizio del cessate il fuoco.