Una svolta parziale ma concreta riaccende le speranze di stabilizzazione in Medio Oriente. Il primo round di colloqui di alto livello tra Stati Uniti e Iran, ospitato nel blindato resort svizzero del Bürgenstock, si è concluso nella notte con «progressi significativi e incoraggianti».
Nonostante la delegazione di Teheran avesse temporaneamente abbandonato l’aula a causa delle durissime minacce via social di Donald Trump – che aveva intimato di “distruggere l’Iran” se non fossero cessati gli attacchi dei suoi proxi –, l’instancabile mediazione di Pakistan e Qatar ha ricucito lo strappo. Le squadre guidate dal vicepresidente americano JD Vance e dal presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf hanno siglato una formale tabella di marcia (roadmap) per giungere a un accordo definitivo entro i 60 giorni previsti dal memorandum.
Hot-line per lo Stretto di Hormuz e revoca parziale del blocco
L’intesa più immediata riguarda la sicurezza delle rotte commerciali e l’allentamento della morsa sanzionatoria sulla Repubblica Islamica. I mediatori hanno ufficializzato la nascita di due pilastri operativi:
- Il canale anti-incidenti a Hormuz: Washington e Teheran hanno istituito una linea di comunicazione diretta e permanente per prevenire incomprensioni militari, garantendo il transito sicuro delle navi mercantili nello stretto strategico (dopo che l’Iran ne aveva minacciato la chiusura).
- Deroghe sul petrolio e fondi sbloccati: Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha confermato su X che l’Iran ha ottenuto temporanee deroghe alle restrizioni sull’esportazione di greggio e prodotti petrolchimici, la revoca di parte del blocco commerciale, l’accesso a quote di beni precedentemente congelati all’estero e l’avvio di un piano internazionale di ricostruzione.
La “Cellula di de-escalation” per il Libano e le ombre di Tel Aviv
Sul fronte militare, i negoziatori hanno istituito una speciale “unità di coordinamento per la prevenzione degli incidenti” con l’obiettivo prioritario di far cessare i combattimenti nel Libano meridionale. Della cellula fanno parte Stati Uniti, Iran e Libano, supportati dai mediatori del Golfo.
I primi effetti si sono visti sul campo: la scorsa notte non si sono registrati raid israeliani e una parte dei civili ha iniziato a fare ritorno nei villaggi del sud del Libano. Restano però forti le incognite politiche:
- La postura di Netanyahu: Il premier israeliano ha gelato gli entusiasmi avvertendo che le truppe dell’Idf rimarranno nel sud del Libano «finché sarà necessario» per impedire la ricostruzione di Hezbollah. Il bilancio dei combattimenti in Libano ha intanto superato la drammatica soglia delle 4.100 vittime.
- Il dossier Uranio: Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha teso una mano, offrendo garanzie formali: «Possiamo mettere per iscritto che non vogliamo la bomba, ma l’Iran non rinuncerà al diritto all’arricchimento dell’uranio per scopi pacifici».
Il tavolo svizzero non si scioglie: i gruppi di lavoro tecnici rimarranno al Bürgenstock per tutta la settimana per dettagliare i capitoli su nucleare, sanzioni e risoluzione delle controversie. I mercati hanno reagito positivamente all’annuncio, con le borse asiatiche in rialzo e il prezzo del petrolio in flessione.
RAID UCRAINI SU MOSCA E CRIMEA: PENISOLA AL BUIO, SINDROME DA RAZIONAMENTO DEL CARBURANTE
MOSCA / SEVASTOPOLI – Mentre la diplomazia si muove in Svizzera, riesplode con violenza il fronte dell’est europeo. Le forze armate ucraine hanno lanciato nelle scorse ore un massiccio attacco coordinato che ha preso di mira sia l’area metropolitana di Mosca sia la penisola occupata della Crimea.
Il bilancio provvisorio è di almeno cinque morti, ma sono i danni strutturali a preoccupare maggiormente le autorità filorusse:
- Blackout in Crimea: I raid ucraini hanno colpito snodi strategici della rete elettrica, lasciando intere porzioni della penisola completamente al buio.
- Stop alla benzina ai privati: A causa dei danni ai depositi e delle difficoltà logistiche, il governo locale occupante ha dovuto disporre una misura d’emergenza drastica, ovvero la sospensione totale della distribuzione di carburante per le auto civili e private, riservando le scorte residue esclusivamente ai mezzi di soccorso e alle forze militari.