La 98ª edizione degli Academy Awards ha celebrato il definitivo trionfo di Paul Thomas Anderson. Il suo ultimo lavoro, Una battaglia dopo l’altra, si è aggiudicato sei statuette, tra cui le più prestigiose: Miglior Film e Migliore Regia. Per il cineasta californiano, protagonista del cinema d’autore fin dagli anni ’90, si tratta della prima vittoria personale dopo numerose candidature, una consacrazione che arriva al termine di un serrato duello con l’horror d’autore Sinners – I Peccatori di Ryan Coogler.
Una battaglia dopo l’altra, commedia drammatica che esplora le ferite del passato di un gruppo di ex rivoluzionari, ha convinto l’Academy per la sua densità narrativa. Oltre ai premi principali, il film ha vinto per la Migliore Sceneggiatura non originale, il Montaggio e il Miglior Casting (categoria all’esordio assoluto nella storia degli Oscar).

Il premio come Miglior attore non protagonista è andato a Sean Penn, il grande assente della serata: l’attore avrebbe infatti disertato il Dolby Theatre per recarsi in Ucraina. Anderson, visibilmente commosso, ha dedicato la vittoria al cast: «Questo film è stato un atto d’amore collettivo, una lunga marcia che non avrei mai completato senza la fiducia di chi ha creduto in questa visione».


Michael B. Jordan e Jessie Buckley attori top
Il comparto interpretativo ha visto trionfare due delle performance più amate dell’anno:
- Michael B. Jordan ha vinto come Miglior Attore Protagonista per il suo ruolo oscuro in Sinners. «Volevamo ridefinire i mostri che portiamo dentro», ha dichiarato Jordan, celebrando la capacità del cinema di genere di scalare le vette della critica.
- Jessie Buckley è stata incoronata Miglior Attrice Protagonista per la sua intensa interpretazione in Hamnet.
Cinema di genere e sguardi internazionali
Nonostante la sconfitta nella categoria principale, Sinners di Ryan Coogler ha portato a casa premi pesanti come Migliore Fotografia e Migliore Sceneggiatura Originale, confermando il talento del regista nel rinnovare il mito dei vampiri in chiave sociale. Il premio come Miglior Film Internazionale è andato invece al norvegese Sentimental Value di Joachim Trier.
Un tappeto rosso tra arte e impegno
Oltre all’eleganza, sul tappeto rosso è emerso con forza il clima di tensione internazionale. Molte star hanno esibito spillette anti-ICE (l’agenzia statunitense per l’immigrazione) e piccoli simboli che chiedevano silenziosamente la fine dei conflitti globali, dalla crisi in Medio Oriente a quella in Ucraina, ricordando come il cinema non possa restare indifferente alle inquietudini del presente.
Frecciate al vetriolo: da Epstein alla censura TV
Conan O’Brien ha trasformato il monologo d’apertura in un campo minato di satira politica. Il momento più tagliente è arrivato quando ha toccato il caso Epstein, ironizzando sull’assenza di attori britannici: «Almeno noi arrestiamo i nostri pedofili», ha scherzato evocando lo scandalo del Principe Andrea, per poi puntare il dito contro l’immobilità del Dipartimento di Giustizia USA.
Non è mancata l’ironia su Timothée Chalamet (bersagliato per le sue critiche al mondo dell’Opera) e una gag profetica sull’intelligenza artificiale, con O’Brien autoproclamatosi «l’ultimo essere umano a condurre gli Oscar».
Politica e Documentari: l’ombra di Trump e Putin
Il clima si è fatto solenne con la premiazione dei documentari. Jimmy Kimmel ha premiato Mr. Nobody Against Putin, storia di un insegnante russo che sfida la propaganda, lanciando un monito sulla libertà di parola e citando velatamente le pressioni subite dai media americani.
Kimmel non ha risparmiato la famiglia Trump, citando il documentario su Melania (che segue la First Lady fino al secondo insediamento del tycoon): «Un uomo sarà furioso perché sua moglie non è stata nominata», ha chiosato tra gli applausi. Di forte impatto anche l’appello di Javier Bardem, che dal palco ha chiesto una “Palestina libera” e la fine di tutte le guerre.

L’addio ai miti: da Redford ad Armani
Il segmento In Memoriam ha commosso la platea con l’omaggio di Barbra Streisand a Robert Redford, scomparso lo scorso settembre. Sulle note di The Way We Were, la Streisand ha ricordato l’ultima telefonata con “Bob” e il suo impegno civile. L’Academy ha inoltre reso omaggio alle icone italiane scomparse quest’anno: l’attrice Claudia Cardinale e lo stilista Giorgio Armani, oltre a giganti del cinema come Robert Duvall e Diane Keaton.

In una serata dominata dall’attualità e dal cinema d’autore, c’è stato spazio per un momento di puro culto pop che ha mandato in visibilio i social e la platea del Dolby Theatre. Per annunciare i premi alle categorie Migliori Costumi e Miglior Trucco, è salita sul palco Anne Hathaway, ma a lasciar tutti senza fiato è stata la sua compagna di podio: la leggendaria direttrice di Vogue, Anna Wintour.
Tra cinema e realtà
Si è trattato di un debutto assoluto per la Wintour nel ruolo di presentatrice agli Oscar. La sua presenza ha chiuso un cerchio lungo vent’anni: la “papessa della moda” è infatti l’ispiratrice dichiarata del personaggio di Miranda Priestly, l’implacabile direttrice interpretata da Meryl Streep nel cult Il Diavolo veste Prada. Vedere la Hathaway accanto alla donna che ha dato origine al mito del suo esordio cinematografico è stato il “colpo di teatro” stilistico della 98ª edizione.
Frankenstein fa incetta di premi tecnici
Le due icone di stile hanno consegnato le statuette per i Costumi e per il Trucco e Acconciature a Frankenstein. Il film di Guillermo del Toro ha così confermato il suo dominio nelle categorie estetiche, battendo la concorrenza grazie a una ricostruzione visiva gotica e magistrale.
Conto alla rovescia per il sequel
Il tempismo della reunion non è casuale. La gag sul palco ha ufficialmente acceso i riflettori sull’attesissimo sequel de Il Diavolo veste Prada, che vedrà il ritorno del cast originale (inclusi Emily Blunt e Stanley Tucci) e che arriverà nelle sale il prossimo 29 aprile. Se la chimica mostrata agli Oscar è un’anteprima di ciò che vedremo al cinema, i fan possono aspettarsi un ritorno in grande stile.