I prezzi del petrolio hanno registrato un’impennata di oltre il 4% sui mercati asiatici, alimentando la preoccupazione degli investitori per un possibile inasprimento del conflitto in Medio Oriente e la paventata chiusura dello Stretto di Hormuz. Questo cruciale passaggio marittimo, che collega il Golfo Persico con l’Oceano Indiano, è un nodo vitale per il commercio globale di energia, con oltre il 20% del petrolio mondiale che transita proprio da lì.
L’impennata dei prezzi è avvenuta nei primi scambi di lunedì, a seguito della decisione degli Stati Uniti di sostenere Israele attraverso il bombardamento di siti nucleari iraniani. Il Brent, benchmark del mercato di Londra, e il principale contratto statunitense WTI hanno rapidamente toccato i massimi livelli da gennaio. Nonostante abbiano poi ridotto i guadagni, il Brent si è attestato a 77,50 dollari al barile (con un aumento del 2,4%), mentre il WTI è sceso leggermente sotto i 76 dollari (con un incremento del 2,5%).
Dall’inizio del conflitto, lo scorso 13 giugno, il Brent ha registrato un aumento complessivo del 13%, mentre il WTI ha consolidato i suoi guadagni con un incremento di circa il 10%. La volatilità del mercato riflette la crescente incertezza geopolitica e il rischio di interruzioni nell’approvvigionamento energetico globale.
‘L’escalation militare tra Stati Uniti e Iran corre il rischio di generare una nuova emergenza energetica per l’Italia: le bollette energetiche delle piccole e medie imprese italiane potrebbero aumentare fino a 6.000 euro nel solo terzo trimestre del 2025, a causa del rialzo dei prezzi del gas e del petrolio sui mercati internazionali. L’impatto complessivo sul’inflazione, se la crisi dovesse protrarsi per almeno tre mesi, è stimato fino a +0,8 punti percentuali, con un ritorno del tasso annuo in viaggio verso il 3%’. È quanto segnala il Centro studi di Unimpresa, secondo cui le imprese energivore sono già in sofferenza: ‘se i rincari si consolidano, l’intero sistema produttivo italiano rischia di perdere competitività. E i costi, inevitabilmente, si scaricheranno sui consumatori finali. Particolarmente colpiti i settori metallurgico, ceramico, alimentare, carta e vetro, ma anche la piccola manifattura e l’artigianato sono esposti a forti rincari. In parallelo, il carovita colpirà soprattutto beni di largo consumo come pasta, pane, latte e trasporti’.