La tregua annunciata tra Israele e Iran ha provocato un netto crollo dei prezzi del petrolio greggio sui mercati internazionali. Ieri, il Brent del Mare del Nord è sceso a 67,4 dollari al barile, mentre il WTI americano si è attestato a 66,5 dollari. Si tratta di una diminuzione media del 17% rispetto a un anno fa. A rendere ancora più convenienti gli acquisti per l’Italia, c’è anche la forza dell’euro, che ha guadagnato il 6% dall’insediamento di Donald Trump, rendendo l’acquisto di petrolio in dollari più vantaggioso.
Nonostante questo scenario favorevole, i consumatori italiani continuano a fare i conti con prezzi dei carburanti al dettaglio in costante aumento. Nell’ultima settimana, il Ministero dell’Ambiente ha registrato un incremento medio della benzina di 37 centesimi al litro (arrivando a 1,734 euro in modalità self-service) e del gasolio di 49 centesimi al litro (a 1,643 euro). Il quadro si aggrava in autostrada, dove i prezzi alla pompa per la benzina sfiorano i 2 euro, raggiungendo persino i 2,3 euro in modalità servita.
Questa apparente contraddizione spinge molti a pensare che dietro gli aumenti si nasconda la speculazione. Tuttavia, la realtà è più complessa. Secondo i gestori delle pompe di benzina associati a Confcommercio e Assopetroli, a giugno l’aumento dei prezzi al consumo è stato lineare rispetto alle quotazioni dei raffinati solo per la benzina, mentre per il gasolio il prezzo alla pompa è risultato addirittura inferiore.
Il vero nodo della questione risiede nella composizione del costo finale dei carburanti. Il prodotto raffinato incide solo per il 30%. Circa il 20% rappresenta il margine degli operatori, mentre oltre il 50% del costo finale è costituito dal carico fiscale, ovvero accise e IVA, che in Italia è tra i più alti d’Europa. Essendo le tasse in quota fissa, esse rimangono invariate anche quando il prezzo della materia prima scende, mantenendo il costo elevato per i consumatori.
Di fronte a questa situazione, il Ministro delle Imprese ha attivato il Garante sui prezzi, che ha convocato per oggi una riunione della Commissione di allerta dei prezzi. Tuttavia, il mercato dei carburanti è liberalizzato da dieci anni e, a meno di una riduzione delle imposte che non sembra attualmente contemplata, il governo ha margini di manovra limitati.
Un esempio lampante è l’accisa sulla benzina che a maggio è scesa di 1,5 centesimi e quella sul gasolio è aumentata di altrettanto, ma i prezzi alla pompa non ne hanno risentito. Questo è uno degli aspetti che i consumatori hanno chiesto all’Antitrust di accertare con un esposto presentato ieri. Già in passato il Garante era stato attivato per le stesse problematiche, senza però arrivare a comminare sanzioni, e un’indagine a tappeto sull’intera filiera petrolifera l’anno scorso non aveva rilevato comportamenti illeciti.
Secondo “Quotidiano Energia”, potrebbero registrarsi nuovi moderati aumenti nei prossimi giorni, con Eni che avrebbe raccomandato ai gestori un incremento di 2 centesimi al litro per il gasolio. Molto dipenderà ovviamente dagli sviluppi della crisi in Medio Oriente. Sui mercati internazionali pesano anche altri fattori, come la guerra dei dazi e i cambi valutari.
A preoccupare in particolare è la possibile chiusura da parte dell’Iran dello Stretto di Hormuz, un passaggio cruciale da cui transita il 25% del gas e il 20% del petrolio mondiale. Christine Lagarde, Presidente della BCE, ha avvertito che tale scenario porterebbe inevitabilmente a un aumento dei prezzi. In ogni caso, il rischio dei transiti nel Golfo Persico è già aumentato: le tariffe navali sono salite tra il 30% e l’80%, mentre i costi assicurativi sono raddoppiati dall’inizio del conflitto.