Mentre a Palazzo Chigi si studiano le contromisure finanziarie d’emergenza, la Commissione Europea assesta un duro colpo alla narrativa energetica nazionale. Nel rapporto ufficiale sui quattro anni di attuazione del piano ‘RepowerEu’, l’esecutivo europeo certifica che l’Italia detiene il primato nero dei prezzi all’ingrosso dell’elettricità più alti tra tutti i 27 Paesi membri dell’Unione.
I numeri rilasciati da Palazzo Berlaymont sono impietosi e fotografano un divario strutturale pesantissimo per la competitività del sistema Paese:
- Italia: $116 \text{ euro per MWh}$ (prezzo medio all’ingrosso registrato nell’ultimo anno).
- Media Unione Europea: $85 \text{ euro per MWh}$.
La Commissione sottolinea come questo divario si sia consolidato prima che il mercato continentale subisse i contraccolpi della drammatica crisi in Iran e del blocco dello Stretto di Hormuz. Uno shock, quest’ultimo, i cui effetti complessivi sono ancora da quantificare, ma su cui il gruppo di coordinamento UE sul petrolio ha già lanciato un primo allarme formale: se l’ostruzione del passaggio marittimo dovesse perdurare, sono possibili immediate “carenze regionali di jet fuel (carburante per aerei)” sul suolo europeo.
La diagnosi di Bruxelles: la trappola del “prezzo marginale”
La ragione del primato negativo italiano non è un mistero per i tecnici della Commissione UE. Il report mette sotto accusa “un’eccessiva e ormai strutturale dipendenza dal gas” nella produzione di energia elettrica:
- Il mix energetico: Per tutto il 2025, i combustibili fossili (guidati dal gas naturale) hanno rappresentato ben il 52,3% della generazione elettrica nazionale.
- Il prezzo marginale: Questa quota mantiene il gas in una posizione definita “dominante” nella formazione del prezzo marginale sul mercato elettrico italiano (dove l’ultima fonte energetica necessaria a coprire la domanda del giorno – quasi sempre il gas – fissa il prezzo per tutte le altre, comprese le rinnovabili).
- L’impatto sulle imprese: I costi all’ingrosso dell’elettricità, ricorda Bruxelles, pesano per il 61% sulla bolletta industriale delle aziende, mentre i costi di rete incidono per il 10%, i costi del carbonio per l’11% e i balzelli fiscali per il 18%.
La nota positiva: il gas russo è quasi azzerato
Se il fronte dei prezzi è da codice rosso, sul piano della diversificazione geopolitica l’Ue riconosce a Roma progressi straordinari. L’Italia è riuscita quasi totalmente ad affrancarsi dalle forniture del Cremlino: nel 2025 le importazioni dalla Russia si sono attestate a meno del 3% del fabbisogno nazionale (pari ad appena 1,5 miliardi di metri cubi di Gnl e a quote da gasdotto definite ormai “trascurabili”).
A livello complessivo europeo, la quota di gas russo è scesa al 12% nel 2025 (era al 45% prima dell’invasione dell’Ucraina). Bruxelles assicura che i restanti 35 miliardi di metri cubi di gas che la Russia inietta ancora ogni anno in Europa verranno completamente azzerati “in meno di due anni”, sottraendo a Vladimir Putin gli ultimi 10 miliardi di euro annui di profitti energetici europei.
L’opposizione attacca il governo: “Solo propaganda”
I dati della Commissione Europea sono diventati immediato terreno di scontro politico a Roma, offrendo alle opposizioni l’opportunità di replicare alla richiesta di flessibilità sui conti avanzata da Giorgia Meloni a Ursula von der Leyen:
“Dipendiamo ancora troppo dagli altri perché questo governo ha prodotto solo propaganda. Serve una politica energetica seria, infrastrutturale e non ideologica per abbattere strutturalmente i costi delle nostre imprese”.
(Matteo Renzi, leader di Italia Viva)
LA COMPOSIZIONE DELLA BOLLETTA ELETTRICA INDUSTRIALE IN ITALIA
- 61%: Costo della materia prima energetica all’ingrosso (condizionato dal prezzo del gas).
- 18%: Tasse e accise statali.
- 11%: Costi legati alle quote di carbonio (Ets).
- 10%: Costi di gestione e manutenzione della rete elettrica.
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