L’ultima giornata dell’anno si apre con una nuova sfida tra i due schieramenti: la fissazione della data per il referendum sulla giustizia del 2026. Mentre la maggioranza punta a un voto rapido entro marzo per sfruttare la scia dei sondaggi favorevoli, le opposizioni accusano il governo di voler “tagliare” i tempi del dibattito.
Chiuso il capitolo della Manovra, la politica italiana si tuffa nella campagna referendaria. Il centrodestra spinge per portare i cittadini alle urne il 22 marzo, una data “prima di Pasqua” (che cadrà il 5 aprile) ritenuta ideale per evitare che il dibattito si snaturi in un plebiscito pro o contro il governo.
Le opposizioni, Pd e M5S in testa, chiedono invece di slittare a dopo le festività pasquali. Il motivo non è solo politico ma anche tecnico: un comitato di 15 cittadini sta raccogliendo le 500.000 firme necessarie per un terzo quesito che si affiancherebbe ai due già convalidati dalla Cassazione. La scadenza è il 30 gennaio.
Il rinvio tecnico: Se le firme venissero depositate a fine gennaio, la Cassazione avrebbe tempo fino a inizio marzo per la verifica, rendendo tecnicamente impossibile un voto il 22 marzo. “Basta forzature, rispettiamo le regole e la prassi”, avverte Federico Gianassi (Pd).
Voto all’estero: la nuova polemica
Ad agitare le acque è intervenuto anche un ordine del giorno di Fratelli d’Italia che propone di abolire il voto per corrispondenza degli italiani all’estero per il referendum, obbligandoli a votare solo presso le sedi diplomatiche. Per il centrosinistra si tratta di una “manovra antidemocratica” per ridurre l’affluenza e accelerare ulteriormente i tempi burocratici dell’indizione.