Tajani ammette la sconfitta, Salvini si rifugia da Orbán. Esplode la “Questione Sud”
Il silenzio che avvolge Palazzo Grazioli e via dell’Umiltà è più rumoroso di mille dichiarazioni. L’amarezza nel centrodestra è profonda, acuita da un dato che nessuno, nelle simulazioni della vigilia, aveva osato ipotizzare: uno scarto di quasi otto punti e il “tradimento” delle regioni meridionali. Se pubblicamente i leader scelgono la via del rispetto istituzionale, a microfoni spenti tra gli alleati è già iniziato il gioco delle colpe.
Antonio Tajani, segretario di Forza Italia, affida a una nota il suo rammarico: “Il popolo è sovrano e ci inchiniamo alla sua volontà. Noi abbiamo fatto tutto il possibile”. Ma è proprio in casa azzurra che la ferita brucia di più. La riforma della giustizia era il “sogno” ereditato da Silvio Berlusconi, un obiettivo per cui i figli Marina e Pier Silvio si erano spesi personalmente. Il silenzio della famiglia Berlusconi, dopo le dichiarazioni ottimiste di domenica al seggio, pesa come un macigno sulla leadership del partito.
Il dato che più sgomenta i vertici del centrodestra è il crollo al Sud. In Sicilia, nonostante un governatore e il sindaco di Palermo targati Forza Italia, il No ha trionfato con il 60%. Un risultato che Giorgio Mulè definisce una “sentinella politica” preoccupante in vista delle regionali del prossimo anno. Secondo i dati del consorzio Opinio, circa il 18% degli elettori forzisti avrebbe votato No, ignorando le indicazioni del partito.
“È un cartellino giallo per la coalizione”, denuncia un esponente azzurro di lungo corso. Sotto accusa finisce la gestione della comunicazione: i moderati imputano la sconfitta alle uscite “sopra le righe” del Guardasigilli Carlo Nordio e alle polemiche che hanno travolto il sottosegretario Andrea Delmastro, fattori che avrebbero spaventato l’elettorato centrista e i giovani.
Matteo Salvini ha scelto di commentare il voto da Budapest, dove si trova per incontrare l’alleato Viktor Orbán. “Quando i cittadini si esprimono hanno sempre ragione”, ha dichiarato telegraficamente, ribadendo che il governo non cadrà per questo esito. Tuttavia, all’interno della Lega si registra l’unica nota di soddisfazione (seppur amara): il Sì ha retto solo nelle regioni amministrate dal Carroccio, come Veneto e Friuli Venezia Giulia.
Questo parziale successo nel Nord rischia di riaccendere le tensioni interne con Fratelli d’Italia: i leghisti rivendicano di aver fatto la loro parte, puntando il dito contro i “meloniani” per la scarsa capacità di mobilitazione nelle altre aree del Paese. La premier Meloni, dal canto suo, ha già chiarito che non intende arretrare, ma la “Questione Sud” e la tenuta della coalizione in Piemonte (dove il No ha vinto con il 53,5%) aprono un fronte di instabilità che il governo non può più ignorare.
IL BILANCIO DEL CENTRODESTRA
- Voto di appartenenza: L’11% degli elettori della coalizione ha votato NO.
- Sconfitta al Sud: Record di No in Sicilia (60%) e Campania.
- Tenuta al Nord: Il Sì vince solo in Lombardia, Veneto e Friuli.
- Leadership: Prime critiche interne alla gestione Tajani e all’esposizione di Nordio.