L’Italia ferma la riforma della magistratura. Con oltre metà delle sezioni scrutinate (51%), il verdetto delle urne appare ormai tracciato: il No è in netto vantaggio con il 54,57% dei consensi, contro il 45,43% dei Sì. Nonostante l’assenza di quorum, la partecipazione popolare è stata massiccia, sfiorando il 59% su base nazionale, un dato che conferisce al risultato un peso politico dirompente.
Le proiezioni indicano una nazione spaccata, ma con un orientamento prevalente verso il mantenimento dell’attuale assetto costituzionale. “Ce l’abbiamo messa tutta, non abbiamo rimpianti”, ha commentato a caldo Nicolò Zanon, presidente del comitato del Sì, ammettendo implicitamente la sconfitta: “Il risultato sembra propendere per il No, ma resta un Paese diviso”.
MELONI: “RISPETTIAMO IL VOTO, SI VA AVANTI”. MA RENZI ATTACCA: “DIMETTITI”
La premier Giorgia Meloni ha affidato la sua replica a un videomessaggio sui social: “Gli italiani hanno deciso e noi rispettiamo questa decisione. Andremo avanti con responsabilità e determinazione”. Una linea di tenuta difesa anche dal capogruppo di FdI, Galeazzo Bignami, secondo cui l’esito non incide sulle sorti del governo: “Giorgia Meloni ci ha messo la faccia, come sempre”.
Di parere opposto Matteo Renzi. Il leader di Italia Viva, pur avendo sostenuto il Sì, non risparmia affondi alla premier: “Io per molto meno mi dimisi. Perdere e uscire fischiettando non si può. Quando il popolo parla, il Palazzo deve ascoltare”. Anche dalle fila di Forza Italia arriva un invito all’autocritica: “Chi perde deve fare ammenda”, ha dichiarato Paolo Barelli, pur escludendo processi interni alla coalizione.
“Prendo atto con rispetto della decisione del popolo sovrano. Il nostro intendimento era quello di attuare definitivamente il progetto ideato da Giuliano Vassalli con il processo accusatorio e consacrato dall’articolo 111 della Costituzione che definisce il giudice terzo ed imparziale. Abbiamo impiegato tutte le nostre energie per spiegare, in termini accessibili, la complessità di questa riforma. Non è nostra intenzione attribuire o meno a questo voto un significato politico. Ringraziamo la parte dell’elettorato che ci ha dato fiducia e comunque ci consola l’alta partecipazione al voto che conferma la solidità della nostra democrazia”. Così il ministro della Giustizia Carlo Nordio in merito al risultato del referendum sulla Giustizia.
L’affluenza ha ricalcato i tradizionali squilibri geografici del Paese. Il record assoluto appartiene a Firenze, dove si è recato alle urne il 70% degli aventi diritto. In generale, Toscana ed Emilia-Romagna guidano la classifica della partecipazione (oltre il 66%), seguite dall’Umbria (65%) e dalla Lombardia (64,6% a Milano).
Sotto la media nazionale il Mezzogiorno: Napoli si ferma al 49,28%, mentre Palermo registra il dato più basso tra le grandi città con il 46,42%. La Campania è la regione con la minor partecipazione (50%), preceduta di poco da Sardegna e Trentino-Alto Adige (51%).
ESULTANO LE OPPOSIZIONI: “VITTORIA DELLA COSTITUZIONE”
Il fronte del No celebra il risultato come una “nuova Resistenza”. Giovanni Bachelet (Comitato per il No) ha paragonato la vittoria alla lotta partigiana: “Una garanzia per l’indipendenza della magistratura”. Andrea Orlando parla di “vittoria del Popolo italiano”, mentre Angelo Bonelli (AVS) ironizza citando il jingle della campagna avversaria: “Sarà per sempre No!”.
Mentre lo spoglio prosegue, il dato politico è chiaro: la riforma che puntava alla separazione delle carriere e al sorteggio per il CSM viene rispedita al mittente.