Un’ordinanza della Corte di Cassazione scuote il cammino verso il referendum costituzionale sulla Giustizia. L’Ufficio centrale per il referendum ha accolto il ricorso presentato dal “Comitato dei 15” giuristi, disponendo una riformulazione del quesito che dovrà essere sottoposto ai cittadini. La decisione, pur non essendo ancora stata depositata formalmente, apre un’incognita sulla data del voto, attualmente fissata per il 22 e 23 marzo.
La nuova formulazione non modifica la sostanza della riforma (che riguarda la separazione delle carriere e l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare), ma aggiunge un dettaglio tecnico fondamentale richiesto dai promotori: l’elencazione esplicita degli articoli della Costituzione che verrebbero modificati (dall’art. 87 all’art. 110).
Secondo i ricorrenti, l’indicazione degli articoli è necessaria per garantire la massima trasparenza e consapevolezza dell’elettore. Di parere opposto il Governo, che aveva optato per una formula più sintetica nel tentativo di rendere il testo più leggibile per i non addetti ai lavori.
Il vero nodo politico riguarda i tempi della campagna elettorale. La legge prevede che debbano intercorrere almeno 50 giorni tra l’indizione e il voto.
- Ipotesi slittamento: Se la modifica del quesito dovesse richiedere un nuovo decreto di indizione da parte del Quirinale, il conteggio dei giorni ripartirebbe da zero. In questo caso, il voto slitterebbe inevitabilmente di almeno due settimane, finendo per ridosso o subito dopo il periodo pasquale.
- Ipotesi conferma: Alcuni esperti, tra cui il costituzionalista Stefano Ceccanti, sostengono invece che si tratti di una “integrazione formale” e che il decreto di indizione resti valido, evitando così rinvii.
Il fronte del “No” vede con favore uno spostamento della data, che garantirebbe più tempo per illustrare le criticità della riforma. Al contrario, il Governo attende di visionare l’ordinanza per capire se vi siano margini di manovra procedurali.
Il clima è di massima incertezza: si tratta di un “unicum” nella storia referendaria italiana, poiché una modifica del testo con la campagna elettorale già ufficialmente aperta non ha precedenti. Nelle prossime ore, una volta depositata l’ordinanza, la parola passerà a Palazzo Chigi e al Quirinale per la decisione finale sul calendario.