La riforma della medicina territoriale si schianta prima ancora di nascere, aprendo una voragine politica all’interno del centrodestra. Il ministero della Salute ha ufficialmente congelato il decreto legge che prevedeva il rivoluzionario (e contestatissimo) inserimento forzato dei medici di famiglia all’interno delle Case di Comunità e il passaggio parziale dei camici bianchi al regime di dipendenza dal Servizio Sanitario Nazionale.
La resa è stata comunicata formalmente dal capo di gabinetto di Via Lungotevere Ripa, Marco Mattei, agli assessori regionali alla Sanità. Un dietrofront clamoroso che ha provocato un terremoto politico immediato: i sindacati medici esultano per lo scampato pericolo, le opposizioni attaccano il governo per il “caos programmato”, mentre sul fronte della maggioranza esplode la rabbia della Lombardia, con l’assessore Guido Bertolaso che ha abbandonato il tavolo sbattendo la porta.
La dinamica del flop: l’asse Lega-Sindacati stoppa Schillaci
Il testo della discordia, fortemente voluto dal ministro Orazio Schillaci, era stato presentato alla Conferenza delle Regioni ma non aveva mai ottenuto il via libera formale a causa di un doppio, insormontabile fuoco incrociato:
- La trincea dei camici bianchi: I sindacati dei medici di medicina generale contestavano duramente l’introduzione del “debito orario” obbligatorio nelle Case di Comunità e i meccanismi di retribuzione legati a obiettivi rigidi.
- La spaccatura nel Centrodestra: A livello politico, è stata soprattutto la Lega a mettersi di traverso, raccogliendo le proteste dei territori settentrionali e costringendo Fratelli d’Italia alla ritirata strategica per evitare un altro fronte di scontro aperto (dopo quello, infuocato, registratosi nelle stesse ore all’interno del Consiglio Federale del Carroccio).
Il ministero tenta ora una complessa operazione di moral suasion, assicurando che il lavoro “va comunque avanti” e che l’obiettivo di portare i medici nelle strutture territoriali resta valido. Lo strumento del decreto d’urgenza verrà però abbandonato in favore di un percorso più morbido: un accordo da inserire tramite emendamento in un prossimo atto di governo o nel nuovo atto di indirizzo della convenzione medica.
Terremoto nelle Regioni: Bertolaso furioso rassegna le dimissioni
Il blocco del decreto ha fatto saltare i nervi ai governatori che su quella riforma avevano impostato i piani socio-sanitari regionali. Il caso più clamoroso è quello della Lombardia. L’assessore al Welfare Guido Bertolaso, da sempre strenuo difensore della linea dura con i medici di base, ha lasciato polemicamente la riunione annunciando le sue immediate dimissioni da vicecoordinatore della Commissione Salute delle Regioni.
Le opposizioni all’attacco: «Maggioranza in guerra con se stessa»
Il passo indietro della maggioranza offre un’arma formidabile al centrosinistra, che accusa l’esecutivo di totale improvvisazione su un tema sensibile come la salute pubblica.
Ilenia Malavasi (Capogruppo PD in Commissione Affari Sociali): «Una riforma sbandierata per mesi come decisiva e strategica viene ritirata di corsa perché Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega hanno deciso di farsi la guerra a discapito della salute dei cittadini. Il governo riesce nell’incredibile impresa di smentire clamorosamente se stesso».
Le fa eco la senatrice di Italia Viva, Annamaria Furlan: «È l’ennesimo capitolo di una sanità governata tra improvvisazioni, dilettantismo e continue retromarce». Durissimo anche l’attacco di Sandra Zampa (PD) sulla tenuta democratica delle riforme: «Abbiamo appreso della fine del progetto dai media. È inammissibile che una riforma di questa portata venga gestita nelle stanze di partito e che il Parlamento venga sistematicamente ignorato».
Esultano i Medici: «Sarebbe stato un boomerang»
Sul fronte sindacale, l’atmosfera è di profondo sollievo. I rappresentanti delle categorie si dicono pronti a trattare, ma solo partendo da un totale azzeramento del testo Schillaci.
Silvestro Scotti (Segretario Nazionale Fimmg): «Così come era stata concepita dal ministero, questa riforma si sarebbe rivelata un clamoroso boomerang per la continuità assistenziale. Ora che il decreto è stato saggiamente fermato, siamo pronti a sederci e a ragionare insieme su soluzioni reali».
Ancora più netta la posizione di Pina Onotri, segretaria dello SMI (Sindacato Medici Italiani): «Speriamo in un confronto costruttivo ma per noi esistono dei punti fermi invalicabili: vanno cancellati definitivamente il ruolo unico, il debito orario obbligatorio nelle Case di comunità e la retribuzione legata a obiettivi. Servono contratti flessibili e maggiori tutele reali per i professionisti».