In un’attesissima decisione pronunciata nell’ultimo giorno della sua sessione giudiziaria, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha inferto un colpo durissimo alla politica migratoria di Donald Trump, bocciando definitivamente il suo tentativo di abolire lo ius soli (il diritto di cittadinanza per nascita) tramite decreto esecutivo.
Proteste e attivismo a Washington a tutela del diritto di cittadinanza per nascita. Fonte: Al Drago / Getty Images
Il fulcro della decisione: l’intoccabile 14° Emendamento
L’ordine esecutivo fu firmato da Trump nel suo primissimo giorno di ritorno alla Casa Bianca. Il testo stabiliva che i figli nati sul territorio statunitense da genitori presenti illegalmente o con visti temporanei non avessero più diritto alla cittadinanza automatica.
I giudici supremi hanno respinto la stretta basandosi su un’interpretazione monolitica e consolidata del 14° Emendamento della Costituzione – approvato nel 1868 all’indomani della Guerra Civile americana per proteggere gli ex schiavi – chiarendo che chiunque nasca nel Paese è un cittadino americano, fatte salve rarissime eccezioni diplomatiche o militari. Il provvedimento di Trump, che era già stato congelato dai tribunali di grado inferiore, non entrerà mai in vigore.
L’ira del tycoon si è riversata immediatamente sui social media, dove ha definito la sentenza “un male assoluto per il nostro Paese”, sostenendo erroneamente che il Congresso potrà porvi rimedio “facilmente con una legge ordinaria”. In realtà, trattandosi di una pronuncia basata su pilastri costituzionali, l’unico modo per superarla sarebbe un emendamento alla Costituzione, che richiede la maggioranza dei due terzi in Parlamento e l’approvazione di 38 Stati su 50.
Il bilancio delle sentenze: per il Presidente vittorie e sconfitte amare
Nonostante il pesante KO sul fronte migratorio, l’ultimo pacchetto di sentenze della Corte Suprema delinea una giornata in chiaroscuro per la Casa Bianca, densa di risvolti legali e politici.
Tra le note dolenti per Trump figura il secco rifiuto della Corte di riesaminare la condanna civile per abusi sessuali e diffamazione ai danni della giornalista E. Jean Carroll, che costringerà il tycoon a pagare i 5 milioni di dollari stabiliti dalla giuria (accuse che il Presidente ha sempre negato con forza). Inoltre, la Corte ha bloccato il siluramento immediato della governatrice della Federal Reserve, Lisa Cook, che il Presidente voleva rimuovere per piegare la banca centrale alle proprie politiche economiche.
Sul piatto delle vittorie, Trump incassa però la legittimazione del potere di controllo sulle agenzie di regolamentazione indipendenti e, soprattutto, l’azzeramento dei limiti di spesa per le campagne elettorali. Una mossa, quest’ultima, che permetterà a fiumi di finanziamenti privati di riversarsi senza controllo sui candidati in vista delle cruciali elezioni di midterm del prossimo novembre.
Geopolitica: Xi stringe la presa su Taiwan nel giorno di Hong Kong
Mentre Washington si concentra sullo scontro istituzionale, a Pechino si sono celebrate le cerimonie per i 105 anni del Partito Comunista Cinese. Dal podio, il presidente Xi Jinping ha ribadito con toni perentori la determinazione storica della Cina a procedere con l’annessione e la “riunificazione totale” di Taiwan, definendola una missione inevitabile.
Le parole di Xi sono giunte in coincidenza esatta con il 29° anniversario del passaggio di consegne di Hong Kong dal Regno Unito alla sovranità cinese, una ricorrenza blindata dalle autorità asiatiche in un clima di totale allineamento politico a Pechino.