L’idillio è finito. Dopo un anno di intesa quasi perfetta, tra Donald Trump ed Elon Musk è scoppiata una guerra aperta fatta di accuse reciproche e minacce. Quello che un tempo era un “grande rapporto” è degenerato in uno scontro senza esclusione di colpi, con il tycoon che accusa il miliardario di aver “dato di matto” e Musk che, a sua volta, chiede l’impeachment del Presidente, rivelando presunti legami di Trump con i file di Epstein.
La miccia si è accesa nello Studio Ovale, dove Trump, affiancato dal cancelliere tedesco Friedrich Merz, ha espresso la sua delusione per il comportamento di Musk, definendolo “ingrato”. Parallelamente, sul suo social X (ex Twitter), il patron di Tesla tuonava: “Senza di me non avrebbe vintoI lezioni”, in un momento in cui le azioni della sua azienda crollavano a Wall Street.
La situazione è precipitata con le dichiarazioni di Musk che ha sganciato quella che ha definito “la bomba più grande”: l’affermazione che Donald Trump sarebbe presente nei file di Jeffrey Epstein, sostenendo che questo sarebbe il vero motivo della loro mancata pubblicazione. Un’accusa gravissima, culminata con la condivisione di un post che invocava l’impeachment del Presidente.
Lo scontro si è intensificato rapidamente, nonostante i tentativi iniziali di entrambi di minimizzare le tensioni. Musk ha rincarato la dose con altre tre “bordate”: la minaccia di dismissione immediata della navicella spaziale Dragon di SpaceX, fondamentale per la Stazione Spaziale Internazionale (ISS) e la NASA; la promozione dell’impeachment di Trump e la sua sostituzione con il vice JD Vance; e la previsione di una recessione nella seconda metà dell’anno a causa dei dazi.
Dal canto suo, Trump ha rivelato di aver licenziato Musk dal suo ruolo nel governo, affermando che il miliardario avrebbe “dato di matto”. La “strana coppia” dell’Oval Office, con uno alla guida della superpotenza americana e l’altro a capo di un impero industriale legato a doppio filo con l’esecutivo tramite contratti miliardari, sembra essere giunta al capolinea. Il Presidente ora minaccia di azzerare queste commesse, sfida subito raccolta da Musk con il suo riferimento alla Dragon.
Il punto di rottura decisivo sarebbe stato il “Big Beautiful Bill”, la legge di spesa del partito repubblicano in discussione a Capitol Hill. Trump ha dichiarato che “Elon ne conosceva tutti i meccanismi dall’interno”, accusa prontamente smentita in diretta su X da Musk: “È falso, non ne sapevo nulla”. Il miliardario ha lamentato come la legge sia stata approvata “nel cuore della notte, così velocemente che quasi nessuno l’aveva letta”.
Nonostante la “chiave d’oro” della Casa Bianca ricevuta da Musk al momento del suo addio agli incarichi governativi, i segnali di un incrinamento del rapporto erano nell’aria da giorni. Le accuse di ingratitudine da parte di Musk verso Trump si sono accompagnate a un ulteriore crollo del 14% delle azioni del suo colosso, bruciando circa 150 miliardi di dollari.
Trump ha ammesso nello Studio Ovale di non sapere se il rapporto tra i due potrà mai tornare quello di prima, difendendo la manovra di bilancio e legando le critiche di Musk all’azzeramento degli incentivi per le auto elettriche, oltre al no del Presidente alla nomina di un uomo di Musk a capo della NASA. Musk ha respinto queste ricostruzioni, definendole “false” e invocando una legge che elimini le spese superflue, mantenendo solo i tagli agli incentivi per veicoli elettrici e solare.
L’ultima provocazione di Musk è arrivata con un sondaggio su X, che in pochi minuti ha raccolto un’enorme quantità di “sì”: “È ora di creare un nuovo partito politico in America che rappresenti effettivamente l’80% della popolazione di mezzo?”. Il quesito, aperto per 24 ore, ha già incassato quasi 300 mila risposte, l’84% a favore, evidenziando la volontà di Musk di influenzare il panorama politico americano.
Dopo essersi innamorato di Trump a seguito dell’acquisizione di Twitter e averlo ribattezzato X, adottando posizioni sempre più favorevoli alla libertà di espressione e criticando la “censura liberal”, Musk aveva dato il suo endorsement a Trump lo scorso luglio, spendendo oltre 277 milioni di dollari per riportarlo alla Casa Bianca. Un impegno ricambiato con un mandato illimitato per tagliare la spesa pubblica americana. Un rapporto che sembrava “inossidabile”, ma che, come molte storie, è durato poco.