Una svolta geopolitica di prima grandezza scuote i negoziati in Svizzera tra Stati Uniti e Iran. Al termine di una maratona diplomatica serrata, il vicepresidente americano JD Vance ha annunciato che Teheran ha dato il via libera al ritorno degli ispettori dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA) all’interno dei propri siti nucleari, definendo il passo «una pietra miliare fondamentale per un accordo a lungo termine».
Come immediata contropartita diplomatica, il dipartimento del Tesoro statunitense ha emesso una licenza speciale di 60 giorni che allenta le sanzioni sul greggio, consentendo a Teheran di immettere e vendere sul mercato internazionale il proprio petrolio a prezzi regolari, dopo anni di isolamento e contrabbando a prezzi stracciati.
La questione ispettori: il trionfo di Trump e i distinguo di Teheran
Nonostante la storica apertura, i canali ufficiali mantengono sfumature diverse sul reale raggio d’azione dell’intesa. Il presidente Donald Trump ha subito rivendicato la concessione come un successo totale della sua strategia della fermezza:
Donald Trump su Truth: «Tutti sanno benissimo che l’Iran acconsentirà a importanti ispezioni sugli armamenti per garantire la trasparenza nucleare a lungo termine. Stanno permettendo agli ispettori sulle armi e sul nucleare di rientrare nel Paese per la prima volta dopo molto tempo».
Dal canto suo, il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha cercato di gettare acqua sul fuoco per non indispettire l’ala dura del regime, dichiarando ai media di Stato che l’Iran «non ha assunto nuovi impegni formali» e che i rapporti con la IAEA avverranno «secondo le procedure e le sovranità esistenti». Resta il fatto che l’Iran aveva interrotto quasi totalmente i controlli internazionali nell’ultimo anno, a seguito dei raid aerei mirati subiti da USA e Israele.
Il piano logistico e il risiko diplomatico globale
Mentre le delegazioni di Vance e Ghalibaf lasciano Bürgenstock affidando i dettagli operativi ai tavoli tecnici (i dossier più spinosi sulle scorte di uranio arricchito al 60% e lo sblocco definitivo dei fondi congelati sono stati rinviati), la diplomazia internazionale si muove rapidamente sullo scacchiere asiatico:
Trump avverte gli alleati prima di Ankara: «Deluso da tutti, potrei lasciare la NATO»
Se l’asse con l’Iran fa registrare passi avanti, quello interno alla NATO rischia invece il collasso. In vista del cruciale vertice atlantico del 7-8 luglio ad Ankara, Donald Trump ha lanciato un pesantissimo siluro transatlantico, allargando lo scontro avuto nei giorni scorsi con Giorgia Meloni a tutto il blocco dei Paesi occidentali colpevoli, a suo dire, di aver lasciato sola Washington nella crisi mediorientale:
Donald Trump: «Sono profondamente deluso non solo dall’Italia, ma da tutti i leader della NATO. Gli Stati Uniti spendono migliaia di miliardi di dollari per difendere l’Europa e l’Alleanza, ma quando chiediamo un aiuto concreto per neutralizzare la minaccia dell’Iran ci viene risposto con dei ‘no’. Se sto pensando di ritirare gli Stati Uniti dalla NATO? Non voglio ancora dirlo, vedremo».
Fronte Est: Vertice d’emergenza Putin-Lukashenko
Le cancellerie europee guardano con forte preoccupazione anche alle manovre sull’asse Mosca-Minsk. Il presidente russo Vladimir Putin e l’alleato bielorusso Alexander Lukashenko hanno annunciato un vertice d’urgenza bilaterale per discutere di non meglio precisate «minacce crescenti e provocazioni» che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky starebbe orchestrando e pianificando lungo i confini con la Bielorussia. Un movimento che rischia di riaprire una linea di forte tensione militare sul fronte settentrionale del conflitto ucraino.