Mentre l’amministrazione Trump lancia strali contro Roma, il Vicepremier e Ministro degli Esteri Antonio Tajani, dalla sua missione istituzionale a Pechino, tenta di tessere una tela diplomatica alternativa. In un’intervista rilasciata a Il Giornale, Tajani legge la tregua di 10 giorni tra Israele e Libano non solo come una pausa tattica, ma come l’impulso decisivo per una “pace generale” che includa l’Iran e la stabilità del Golfo.
Tajani ha trasformato la sua visita in Cina in un tavolo di crisi globale, incontrando il ministro degli Esteri cinese Wang Yi: il ministro ha chiesto formalmente a Pechino di sostenere con forza le iniziative di pace sia in Medio Oriente che in Ucraina. “Spero che la Cina possa fare di più per convincere Putin a trattare seriamente”, ha dichiarato, sottolineando che la stabilità di Hormuz è un interesse vitale comune.
Tajani ha incassato il parere favorevole della Cina sulla necessità di riaprire lo Stretto alla libera navigazione, opponendosi a qualsiasi ipotesi di controllo o “pedaggio” iraniano sul passaggio delle merci.
Inaugurando a Pechino una mostra su Leonardo e Caravaggio, Tajani ha rilanciato la “diplomazia culturale”: “La cultura unisce i popoli e non li divide, è uno strumento di pace contro le autocrazie”.
Il ministro ha chiarito la posizione italiana sulla possibile missione navale europea: a differenza dell’approccio unilaterale USA, l’Italia spinge per una missione sotto l’egida delle Nazioni Unite. Il ruolo dell’Italia dovrebbe essere quello già collaudato con le missioni Aspides e Atalanta: difesa tecnica e sminamento per salvaguardare i mercantili, proteggendo il commercio mondiale senza partecipare attivamente al conflitto bellico. Tajani ha ricordato che il blocco sta già colpendo l’agricoltura italiana (fertilizzanti) e l’approvvigionamento energetico.
Tajani ha risposto duramente alle provocazioni di Trump e Vance: pur ribadendo che l’Italia vuole restare un partner degli USA, ha definito “inaccettabili” gli attacchi personali a Giorgia Meloni e Papa Leone XIV. Senza l’unità dell’Occidente (che Trump sta mettendo alla prova), il rischio concreto è che il vuoto venga colmato dalle potenze autocratiche.
Nonostante i venti di guerra, la missione ha prodotto risultati concreti per l’economia: siglato un piano d’azione per favorire le vendite online in Cina. Impostata una nuova strategia per incrementare le esportazioni di meccanica, gioielleria e agroalimentare, settori che rischiano di essere penalizzati dai dazi promessi da Trump.
La strategia di Tajani è chiara: mentre Trump spinge per la “resa totale” di Teheran e attacca gli alleati, l’Italia cerca di accreditarsi come il mediatore che parla con la Cina per moderare l’Iran e la Russia. È una scommessa rischiosa: l’Italia si propone come “ponte” culturale ed economico, sperando che la tregua di 10 giorni in Libano diventi il varco per riaprire lo Stretto di Hormuz senza dover cedere alle condizioni di Washington.