La resa dei conti interna alla Lega è andata in scena in un clima di altissima tensione psicologica e politica, trasformando il Consiglio Federale in una trincea. Riuniti per oltre tre ore nella sala Salvadori della Camera dei Deputati, i due blocchi del Carroccio si sono scontrati frontalmente in un dibattito senza sconti che un partecipante ha liquidato con poche, chiarissime parole: «Non se le sono mandate a dire».
Le attese per un “restyling” immediato del partito sono andate deluse: nessuna nomina è stata ufficializzata, congelando per ora l’ipotesi di incoronare l’ex Doge del Veneto, Luca Zaia, come nuovo vicesegretario vicario per arginare l’emorragia di voti. Il quartier generale di via Bellerio ha cercato di gettare acqua sul fuoco assicurando che Matteo Salvini ha ascoltato «con attenzione» e che intende «valorizzare il grande impegno degli amministratori locali», ma la faglia geopolitica interna al movimento è ormai esposta.
Lo scontro sul “Modello Bavarese” e lo spauracchio di Vannacci
Il match si è acceso quando Luca Zaia ha preso il microfono per chiedere una svolta identitaria drastica. L’ex governatore veneto – supportato dai colleghi Massimiliano Fedriga e Attilio Fontana – ha rilanciato con forza la centralità della “questione settentrionale”, esortando il partito a tornare al proprio DNA originario.
La proposta sul tavolo è quella di una scomposizione sul modello tedesco della CSU bavarese (un partito del Nord alleato ma autonomo rispetto alla Lega nazionale), uno schema che l’ala salviniana considera un vero e proprio cavallo di Troia:
A rendere l’aria ancora più pesante è stata la spettrale coincidenza temporale con l’esordio televisivo di Roberto Vannacci a Otto e Mezzo. Più di un dirigente, durante la riunione, ha puntato il dito contro la scelta di aver spalancato le porte al generale, definendola «un errore strategico gravissimo» e ricordando come Zaia fosse stato il primo, all’epoca, a lanciare un allarme rimasto del tutto inascoltato.
In questo clima di sospetti è dovuta intervenire persino la vicesegretaria Silvia Sardone, smentendo categoricamente le indiscrezioni giornalistiche che la davano in imminente fuga verso il neonato partito di Vannacci, Futuro Nazionale: «Sono entrata con la Lega di Salvini e a quella appartengo».
Il J’accuse di Romeo e la fuga del Governatore Fontana
Il momento di massima tensione si è registrato quando è intervenuto il capogruppo in Lombardia, Massimiliano Romeo. Il suo è stato un siluro diretto alla segreteria politica:
Massimiliano Romeo: «In questi mesi abbiamo completamente perso la bussola e la credibilità davanti al nostro elettorato di riferimento. Le nostre storiche battaglie e le proposte di legge chiave, specialmente quelle sulla riduzione della pressione fiscale, sono desolatamente ferme nei cassetti del Parlamento».
A fare da scudo a Salvini è sceso in campo Armando Siri, coordinatore dei dipartimenti, che ha ribaltato l’accusa sui territori rei di «non aver saputo comunicare abbastanza e bene quanto di buono fatto dalla Lega al governo, come l’allargamento della flat tax o i 10 miliardi stanziati per il Piano Casa da 100 mila alloggi».
L’argomentazione ha scatenato i mugugni e la rabbia della delegazione nordista. La tensione è salita a tal punto che il governatore della Lombardia, Attilio Fontana, si è alzato anzitempo dalla sedia e ha abbandonato la sala in segno di aperto dissenso.
La partita per la sopravvivenza politica della Lega non si chiude qui: un nuovo e decisivo Consiglio Federale è già stato ipotizzato per la prossima settimana, quando Salvini sarà costretto a calare le carte sulla nuova struttura organizzativa per evitare che la tregua armata si trasformi in una scissione di fatto a un anno dalle elezioni politiche del 2027.