Una promessa di stabilità durata meno di due anni. Con un discorso fortemente emotivo e a tratti rotto dalle lacrime davanti al celebre portoncino al civico 10 di Downing Street, Keir Starmer ha annunciato le sue dimissioni da leader del Partito Laburista e da Primo Ministro del Regno Unito.
Un’uscita di scena fragorosa che si consuma alla vigilia esatta del decimo anniversario del referendum sulla Brexit (23 giugno 2016). Starmer diventa così il sesto capo di governo “bruciato” dalle macerie politiche ed economiche del post-divorzio dall’Unione Europea, lasciando il Paese in preda a una profonda crisi di leadership.
Le lacrime di Sir Keir: isolato e travolto dall’impopolarità
Il bilancio dell’avvocato ed ex procuratore della Corona, salito al potere nel luglio 2024 interrompendo 14 anni di egemonia Tory, si è schiantato contro mesi di durissima recessione economica, retromarce programmatiche e indici di gradimento personale crollati a livelli negativi mai registrati prima nella storia britannica. A dare il colpo di grazia al Premier è stata la storica débâcle subita alle elezioni amministrative del 7 maggio scorso e lo scandalo legato alla discussa nomina di Lord Peter Mandelson ad ambasciatore a Washington.
Nel suo discorso di congedo alla nazione, circondato dai familiari ma visibilmente isolato (erano presenti solo due ministri del suo gabinetto), Starmer ha cercato di rivendicare l’onore delle armi:
Keir Starmer: «Resterò al mio posto finché la procedura per la successione sarà completata. Sono orgoglioso di aver riportato il Labour al governo e di aver rilanciato il ruolo internazionale del Regno Unito con dignità, garantendo un sostegno incrollabile all’Ucraina e un riavvicinamento ai nostri alleati europei. Ora è tempo di riconoscere che il partito ha bisogno di una guida diversa per il futuro e io potrò dedicarmi alla mia famiglia».
Mentre i leader dell’Unione Europea hanno inviato messaggi di ringraziamento definendolo “un alleato fondamentale”, Donald Trump ha incassato con soddisfazione l’uscita di scena del premier, dopo averne profetizzato il fallimento poche ore prima.
La maledizione di Downing Street: 6 Premier in 10 anni
L’addio di Starmer conferma la cronica instabilità del sistema politico britannico dal 2016 a oggi. Il numero 10 di Downing Street si appresta ad accogliere il suo settimo inquilino in un decennio.
LA CATENA DEI PREMIER BRUCIATI DALLA BREXIT (2016-2026)
├── 1. David Cameron ──► Dimesso subito dopo la vittoria del “Leave” nel 2016
├── 2. Theresa May ──► Logorata dai veti parlamentari sull’accordo d’uscita
├── 3. Boris Johnson ──► Travolto dal “Partygate” e dagli scandali etici
├── 4. Liz Truss ──► Durata solo 44 giorni dopo uno shock sui mercati finanziari
├── 5. Rishi Sunak ──► Spazzato via dal tracollo storico dei Conservatori nel 2024
└── 6. Keir Starmer ──► Costretto alla resa dopo due anni di paralisi economica e sociale
L’ascesa di Andy Burnham e lo spettro di Nigel Farage
La strada per la successione appare già tracciata. Il grande favorito è Andy Burnham, 56 anni, carismatico sindaco uscente di Manchester ed esponente dell’ala più progressista del Labour.
Burnham è stato accolto trionfalmente alla Camera dei Comuni, dove ha appena giurato come deputato dopo aver stravinto le elezioni suppletive di Makerfield il 18 giugno, una mossa pianificata proprio in vista del cambio della guardia. Il potenziale rivale interno, Wes Streeting (leader della destra blairiana), si è già fatto da parte per evitare spaccature.
Salvo colpi di scena, Burnham potrebbe essere incoronato leader unico dei laburisti in una finestra compresa tra il 9 e il 16 luglio, assumendo la guida del governo entro il 17 luglio, senza passare da nuove elezioni generali (previste per il 2029).
Una stabilità interna che sarà subito messa a dura prova dall’opposizione: il tribuno della destra populista di Reform UK, Nigel Farage, forte di sondaggi nazionali che lo vedono in testa, ha già iniziato a dare battaglia invocando a gran voce il ritorno immediato alle urne.