Una spaventosa escalation globale evitata sul filo del rasoio. Nel giro di poche ore, il Medio Oriente ha sfiorato la deflagrazione totale quando l’Iran si è detto pronto a sigillare definitivamente gli stretti vitali di Hormuz e Bab el-Mandeb in risposta alla minaccia israeliana di bombardare Beirut. Davanti a uno scenario da incubo per l’economia mondiale – con il petrolio Wti balzato immediatamente del 7% verso i 100 dollari e le borse europee in profondo rosso – Donald Trump è intervenuto d’autorità, bloccando l’alleato israeliano e aprendo un canale segreto con i miliziani sciiti.
La doppia telefonata di Trump: frenato “Bibi”, patto con il Partito di Dio
Per evitare il collasso definitivo dei negoziati e tutelare i mercati energetici a ridosso delle elezioni americane di metà mandato, il presidente statunitense ha preso in mano il telefono compiendo una mossa diplomatica spregiudicata e radicale:
- Il veto a Israele: Trump ha chiamato il premier Benjamin Netanyahu ponendo un fermo veto politico e militare sui piani di espansione dell’offensiva aerea e di terra verso la capitale libanese. «Ho avuto una telefonata molto produttiva con Bibi, e non ci saranno truppe o attacchi diretti a Beirut», ha blindato il tycoon.
- Il canale con Hezbollah: Subito dopo, la Casa Bianca ha contattato gli intermediari di Hezbollah, strappando ai miliziani filo-iraniani una promessa di tregua speculare: «Se Israele non li attaccherà, loro non attaccheranno lo Stato ebraico», ha annunciato un Trump soddisfatto.
Il doppio intervento presidenziale ha congelato la crisi. Teheran ha immediatamente riattivato i canali di comunicazione e il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha chiesto ufficialmente al Pakistan di proseguire l’opera di mediazione per facilitare la de-escalation con Washington e mantenere solido il cessate il fuoco.
Dietro le quinte: la frustrazione del tycoon e lo spettro del “silenzio”
Nonostante l’ottimismo ostentato per aver sventato la chiusura dei mari, l’andamento dei colloqui sta mettendo a durissima prova i nervi del presidente USA. Lo stallo va avanti ormai da due mesi (dal 7 aprile) e la nuova controproposta americana sul nucleare inviata a Teheran non ha ancora ricevuto risposta ufficiale.
Intervistato dai media americani, Trump ha alternato dichiarazioni di indifferenza a palesi segnali di nervosismo:
Donald Trump: «Non mi interessa se i colloqui sono finiti, non mi importa davvero. Credo che abbiamo parlato anche troppo, sarebbe un’ottima cosa passare al silenzio. Non significherebbe riprendere a bombardare: ci limiteremo a restare in silenzio e a mantenere il blocco navale dei loro porti. Posso aspettare quanto vogliono, sono loro che stanno perdendo una fortuna…».
La tregua resta appesa a un filo
Il rientro dell’allarme su Beirut non cancella la fragilità estrema del quadro sul terreno. Nelle ore precedenti allo stop di Trump, la tensione era stata alimentata da una serie di attacchi incrociati: raid statunitensi descritti come “difensivi” in territorio iraniano e ritorsioni degli ayatollah con incursioni mirate in Kuwait.
L’obiettivo reale di Trump resta quello di piegare la resistenza di Teheran per poter sbandierare un successo storico in politica interna, far crollare definitivamente il prezzo della benzina e riconquistare il favore degli elettori statunitensi. Ma la diplomazia del ricatto economico, per ora, continua a scontrarsi con il muro geopolitico del Golfo Persico.