Dopo quarantotto ore di fuoco che hanno fatto tremare il Medio Oriente e portato il mondo sull’orlo di una guerra totale nel Golfo Persico, gli Stati Uniti e la Repubblica Islamica dell’Iran hanno siglato un accordo d’emergenza per la sospensione temporanea delle ostilità.
La tregua, confermata da funzionari governativi ad Axios e all’agenzia Afp, congela i raid aerei americani e gli attacchi missilistici dei Pasdaran, ripristinando con effetto immediato il libero transito delle navi e delle petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz.
L’intesa blocca una escalation pericolosissima che aveva visto i caccia di Washington bombardare le coste iraniane e i Guardiani della Rivoluzione colpire con missili balistici le basi USA in Kuwait e Bahrein, incassando il durissimo monito del presidente Donald Trump («Se continuiamo, l’Iran cesserà di esistere»).
Martedì il vertice chiave in Qatar e l’asse diplomatico con l’Oman
Nonostante le reciproche accuse di aver violato il precedente memorandum d’intesa di inizio giugno (che ha una durata di 60 giorni), i canali diplomatici si sono riaperti per necessità.
I segnali di un’architettura tecnica per evitare nuovi incidenti sono già visibili. Il vice ministro degli Esteri iraniano, Kazem Gharibabadi, ha annunciato che a Muscat si è già svolta la prima riunione del Comitato congiunto Iran-Oman per Hormuz, finalizzato a regolare in modo condiviso la navigazione nel braccio di mare ed evitare i controlli unilaterali pretesi da Teheran nei giorni scorsi.
Contemporaneamente, il capo della diplomazia di Teheran, Abbas Araqchi, è atterrato d’urgenza a Baghdad per incontrare il presidente iracheno Nizar Amidi, incassando la richiesta irachena di “creare intese durature che disinneschino i dossier pendenti prima che la situazione sfugga di mano”.
Scacchiere Globale: Israele sfida la Turchia sul Genocidio Armeno
Mentre il fronte del Golfo fissa una tregua temporanea, un altro asse geopolitico si surriscalda in modo clamoroso. Con una svolta storica che rompe decenni di ambiguità diplomatica, Israele ha ufficialmente riconosciuto il Genocidio Armeno.
La mossa del governo israeliano è una palese contromossa strategica anti-Turchia e arriva in un momento delicatissimo per i rapporti tra Washington e Ankara. L’amministrazione Trump, infatti, sta valutando in queste ore di sbloccare la vendita dei caccia F-35 alla Turchia, un’operazione che Israele vede come una potenziale minaccia alla propria supremazia aerea nella regione. La reazione del presidente turco Recep Tayyip Erdogan è stata immediata e durissima, promettendo contromisure politiche immediate contro lo Stato ebraico.
Ucraina, Putin gela il pressing occidentale: «Impossibile sconfiggerci sul campo»
Sullo sfondo, resta rovente il fronte dell’Europa orientale. Le potenze occidentali hanno aumentato il pressing diplomatico e militare su Mosca per costringerla al tavolo delle trattative. Fonti alleate hanno lanciato un chiaro avvertimento al Cremlino, dichiarando apertamente che «lo spirito di Anchorage è morto» e che la Russia deve accettare negoziati sereni e realistici basati sul diritto internazionale.
La risposta del presidente russo Vladimir Putin è arrivata come una doccia fredda, ribadendo la totale indisponibilità di Mosca a cedere sotto la minaccia dei rifornimenti militari della NATO:
Vladimir Putin: «Nessuno, e lo ribadisco chiaramente, ha la capacità o la forza di sconfiggere la Federazione Russa sul campo di battaglia. I nostri obiettivi strategici verranno portati a termine».